Il dito di Galilei

Se non temessi di annoiare con i numeri, allora da qui in avanti esporrei una chiara tabella a doppia entrata (date-visitatori) per segnalare l’incremento del pubblico del Bergamo Scienza Festival, per dimostrane il successo pienamente raggiunto e per predire un futuro di divulgazione sempre più allargata e condivisa.

Non c’è la tabella ma so che mi crederete: è facile per chi abita a Bergamo rendersi conto della crescita di un pubblico che, incredibilmente, fa la fila ordinata entro le corsie predisposte per ascoltare le comunicazioni di un Nobel, proveniente da un mondo a parte, quello della scienza, che, per quanto abbia profonde ripercussioni sul mondo degli umani, viaggia troppo spesso dentro la propria torre d’avorio, sigillato nei propri interessi non sempre divulgabili e ben difeso da un linguaggio inaccessibile ai più.

A me è capitato: fare la fila, riuscire a entrare e ricevere le cuffie per capire quel che comunque non capivo ma di sentirmi ugualmente elettrizzato e soddisfatto di questa ammissione nel sacro recinto. Sorretto dall’illusione di capirne un po’ di più, nella speranza di tornare a casa con qualche verità in tasca. Poi le cose non sono andate proprio così: per capire, non basta la traduzione. Ma, uscendo poi, mi sono sentita comunque migliore.

Da dove viene questa sensazione di avere fatto la cosa giusta? di non avere sprecato il mio tempo, di essere riuscito anch’io a…

Dal rito. Proprio come quando si usciva sul sagrato accompagnati dalla formula “ite missa est”.

Dal rito che si compie nella nostra città, di solito così laicamente spoglia e indifferente e che prende vita sotto un effetto che solo l’Atalanta sa procurare (Ma questa è un’altra storia).

La città per un po’ di giorni si veste a festa. Le divise, gli stand, le prime pagine dei quotidiani nazionali, l’arrivo in delegazione di emissari provenienti da altre zone dell’Impero più altolocate della nostra, la regolamentazione degli accessi del popolo festante ai luoghi della Cultura sono tutte cose che riempiono quel che non sapevamo nemmeno di avere: il nostro bisogno di festa.  Capita anche a scuola, quando i ragazzi dicono agli insegnanti, perfino ai più cerberi, “non mi interroghi, in questi giorni sono a Bergamo Scienza”, di ottenere il lasciapassare di sguardi benevoli, di godere dello statuto dell’eccezionalità festivaliera che li salva per un po’ dalla banalità feriale.

E poter vedere dal vivo, poter stringere la mano, poter partecipare agli eventi scientifici produce lo stesso effetto che prova il visitatore del Museo della Scienza di Firenze quando vede esposto il dito medio di Galilei: una interferenza del sacro che penetra nella roccaforte della scienza, un cavallo di Troia che il fondatore della moderna scienza ha usato, anche lui, per introdursi nella tracotanza del logos.

E’ male tutto questo? No, certo: vedere una città risvegliarsi, fosse anche solo per il bacio di uno scienziato di passaggio, è comunque un grandissimo risultato. Avremmo bisogno di più riti come questo perché, come dice il poeta, anche se è un’illusione è pur sempre un’illusione benefica, i cui effetti sono però reali.

Se il Festival non fosse più “necessario” sarebbe il massimo dei risultati di questa kermesse: avere trasformato l’eccezionalità del contatto con quel che si fa nei laboratori del progresso scientifico con la ferialità della pratica della ricerca.

Un buon modo, per l’uomo e le sue città, di stare nel mondo: qualsiasi sia la ricerca di cui ci si occupa, il metodo ci salva dalle banalità del web.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...