Stonature da Francoforte

di Andrea Calini

«Divertirsi significa essere d’accordo. L’amusement [il divertimento] è possibile solo in quanto si isola e si ottunde dalla totalità del processo sociale, e rinuncia assurdamente – fin dall’inizio – alla pretesa ineluttabile di ogni opera (…): quella di riflettere, nella sua limitazione, il tutto. Divertirsi significa ogni volta: non doverci pensare, dimenticare il dolore anche là dove viene mostrato. (…) È effettivamente fuga, ma non, come pretende, fuga dalla cattiva realtà, ma dall’ultimo pensiero di resistenza che la realtà può avere ancora lasciato». (Theodorn Wiesengrund Adorno, “La dialettica dell’illuminismo, 1947).

Industria culturale, divertimento lasso, intrattenimento spento. Esplicitato, l’amusement adorniano è l’atteggiamento di colpevole e diabolica complicità che l’individuo (vittima) tiene nei confronti del sistema (carnefice). Una sorta di sindrome di Stoccolma di proporzioni leviataniche, elevata a elemento strutturante di una sovrastruttura totalizzante.

È inconsapevolmente complice chi trae godimento dai frutti della cultura di massa: è il capitalismo stesso a far leva su ciò. Distratti dal riscatto che una resistenza intellettuale offrirebbe contro la civiltà dell’omologazione, ci divertiamo intrattenendoci con il nulla. Si tratta di una notevolissima presa di posizione (est)etica e sociale, responsabilizzante, sia per l’artista sia per il pubblico. E il mirino è puntato all’impegno. Un impegno oggi non più richiesto né ricercato, faticoso sia per il fruitore che per l’artigiano. Il problema è il tempo che un’opera impegnata richiede. “In un mercato musicale ormai ristrettosi, l’unica possibilità di sopravvivenza per l’industria discografica è puntare su progetti di massa che diano risultati veloci, sacrificando quelle proposte che invece hanno bisogno di tempi di assimilazione più lunghi. In questo scenario, purtroppo, non è più necessaria una competenza musicale da parte degli addetti ai lavori. Questa attitudine rafforza l’idea che la musica sia solo intrattenimento e fa sì che l’industria discografica sia percepita alla stregua di altri ambiti merceologici di seconda e terza necessità.” (intervista a Matteo Zanobini)

«La notorietà della canzonetta prende il posto del valore che le viene attribuito: il fatto che piaccia è quasi equivalente al fatto che la si sappia riconoscere. Per chi si trova accerchiato da merci musicali standardizzate, valutare è diventata una finzione». (sempre da “La dialettica dell’illuminismo”).

Gran parte della produzione odierna potrebbe essere tranquillamente definita merce musicale standardizzata. Essa ha subìto un’ulteriore degenerazione, da intrattenimento a sottofondo, accompagnamento. Trovandosi impoverita, semplificata al massimo per raccogliere, con logiche di mercato che non hanno nulla da spartire con l’arte, il maggior bacino di fruitori.

È la pretesa di una cultura di qualità, snobismo? O è forse il tentativo di costruire dalle fondamenta una società nuova, più equa, più cosciente?

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