La tempesta

di Ludovica Sanseverino

Piove. Siamo al mese di maggio e ancora tuonano i temporali autunnali, di quelli che ti costringono a stare rinchiuso in casa a osservare le lente goccioline d’acqua che scendono giù dal vetro della finestra. Ho deciso di uscire fuori dalla mia tana, nonostante la pioggia. Con che coraggio non saprei. Meno male ho trovato riparo sotto la tettoia della stazione. Avevo detto a tutti che non avevo voglia di vedere nessuno, ma alla fine mi lascio sempre convincere. Sono fin troppo in anticipo, dovrebbero passarmi a prendere tra mezz’ora. Noto che con la pioggia le strade sono vuote di anime, se non per qualche sporadico folle che cammina senza neanche un ombrello. Negli edifici che mi circondano quasi tutte le luci delle finestre sono accese. Cerco di osservare con occhi svegli quei piccoli focolari, immaginandomi il tepore che si può respirare all’interno. Mi viene in mente che ho delle sigarette. Rovisto nella piccola borsa e trovo tabacco, cartine e filtri. Mi prendo il mio tempo per farmene una, dò una leccata alla cartina e chiudo. L’accendo con tranquillità e guardo il fumo uscirmi denso dalla bocca dissolversi con l’oscurità del cielo. Continuo a curiosare negli appartamenti vicini e a fantasticare sulle vite di chi li abita. Quei signori al terzo piano non hanno ancora tolto le luci di Natale, probabilmente non hanno il tempo neanche per respirare. Dentro un’altra finestra, invece, la televisione è accesa. Il resto dell’appartamento è buio, chissà cosa stanno facendo. Vorrei esserci io al loro posto. A dire il vero non so nemmeno chi ci abiti, non ho mai visto le loro facce. Un momento; in borsa ho anche una birra. Non male, anche se soli, non ci si annoia. La stappo con l’accendino e faccio un primo sorso. Buona, fresca, ‘aroma fruttato’ dice l’etichetta. Di fruttato non sento niente. Sono completamente sola, seduta sul marciapiede di una stazione con una birra e una sigaretta; a pochi centimetri da me l’ira della tempesta. Devo dire, però, che mi sentirei ancora più sola se non ci fosse il suono della bufera. Do altre due sorsate di birra; “assaporandola scoprirete il sapore dei chiodi di garofano tostati”. Per dio, non sento neanche una sfumatura. Nel buio della notte vedo deboli le luci dei lampioni. Le strade che luccicano d’acqua sembrano dei fiumi in piena. La pioggia continua a scendere e io continuo a bere, finisco anche la sigaretta. Non è così male questo temporale. Osservo di nuovo i barlumi che provengono dagli appartamenti; adesso la metà delle luci, che prima erano accese, sono spente. Saranno andati tutti a dormire, vorrei essere a letto anche io. Una macchina si accosta poco lontana da me e sento il clacson suonare. Finalmente è arrivato. Corro verso l’auto con la bottiglia in mano e sotto il diluvio mi infradicio completamente le scarpe. Salgo veloce sulla vettura e chiudo bruscamente la portiera.

«Scusami tanto il ritardo ma c’era un gran traffico, non volevo lasciarti da sola! Ti sei annoiata ad aspettarmi sul marciapiede».

Ero pronta a rispondere «In realtà mi intrattenevo con i pensieri… e la pioggia».

«E ‘sta bottiglia?»

«…mi intratteneva anche lei».

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