Intrattenimento colto

di Matteo Rizzi

Non serve nemmeno andare troppo lontano: basta rinfrescare la memoria o, se proprio, rispolverare il vecchio manuale di letteratura del Liceo e andare al capitolo su Boccaccio. Si troverà certamente un paragrafo che, in varie salse, parlerà della “letteratura mezzana di intrattenimento” e della ricerca di un pubblico “abbastanza colto e raffinato da spregiare le forme più popolari e volgari della letteratura corrente, ma non abbastanza colto e motivato per affrontare i più seri studi filosofici e dottrinali”. Insomma, concedendoci una riduzione ai minimi termini di una figura in realtà ben più complessa, si può dire che l’erudito Boccaccio, una delle Tre Corone, l’autore che chiunque abbia scritto in prosa nei secoli successivi ha avuto come modello, faceva consapevolmente letteratura di intrattenimento. Gli esempi poi si sprecano, da Machiavelli che nella celeberrima lettera al Vettori racconta all’amico di quando, per passare le noiose giornate all’Albergaccio, si mette sotto un albero a leggere “Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili”; all’intera storia del teatro, passando per le canzoni di gesta. Se ci si sposta sul terreno delle arti figurative, il discorso non cambia di una virgola.

Insomma, quello è il fine di gran parte di quella che riconosciamo, a merito, come grande cultura, ed è curioso che la parola “intrattenimento” abbia quel retrogusto vagamente denigratorio. Dove sta scritto che scegliere di voler anche intrattenere sia un’ammissione di rinuncia alla Vera Arte? Dove sta scritto che fare arte per intrattenere equivalga a svilirne il valore? Davvero qualcuno crede ancora alla favola dello “scrivere per sé stessi”?

L’istituzione letteraria (e quella artistica in generale, si potrebbe aggiungere), da sempre segue una tabella di evoluzione interna in linea con l’unico vero, eterno obiettivo, ovvero l’appagamento e l’incremento del pubblico. Nessun artista o aspirante tale dovrebbe sentirsi in colpa ad ammettere che il senso di fare arte sta tutto nella realizzazione di quel rapporto tra l’autocompiacimento narcisistico di chi crea e il compiacimento empatico di chi consuma.

Un esempio è il destino che hanno avuto le neo-avanguardie radicali del ‘900, fondate sulla ribellione alla massificazione delle arti, sulla volontà di essere un’élite, sul desiderio di essere incomprensibili agli incolti, sul gusto della provocazione e della rottura: prontamente implose, collassate, esaurite in pochi anni. Chi ha saputo rinunciare a quell’insensato orgoglio, come Umberto Eco, è lentamente scivolato in quel Post-Modernismo di citazioni e strizzate d’occhio intrise di erudizione nel bel mezzo di deliziose trame accattivanti e soprattutto accessibili. In altre parole, ha scelto di incrementare il pubblico da intrattenere: perfetto per chi ama cogliere le mele anche sui vigneti, perfettamente godibile per chi si accontenta di qualche goccia di succo d’uva sotto l’ombrellone.

Perché, e non me ne vogliano gli ortodossi, il fine dell’arte è anche e soprattutto il raccogliere consensi. E da sempre si susseguono movimenti, generi, forme, rincorrendo il gusto di chi consuma.

Viene estremamente naturale, a questo punto, dire che l’arte, nel senso più ampio della parola, è soprattutto questo: un meraviglioso, eterno, energico, vitale ed essenziale intrattenimento.

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