Ginger, Jack e altri amici

di Camilla Facchinetti

Quando si è bambini e ancora dolcemente ingenui si vuole giocare tutto il pomeriggio con i propri amici. Sono perlopiù compagni di scuola che si invitano a casa propria per passare qualche ora di svago prima della cena, ed è assurdo notare come gli adulti inculchino ai dolci pargoletti l’idea che serva necessariamente una scusa per vedersi. Durante le ore passate in classe tra divisioni e verbi irregolari, spunta una domanda dal compagno di banco: “Vuoi venire a fare merenda a casa mia?”. Abbiamo bisogno di un pretesto, ma quando cresciamo la merenda diventa fuori luogo; una cena è  troppo impegnativa, a pranzo non siamo mai liberi, un caffè è troppo breve e un’uscita serale troppo lunga. Ed ecco che arriva l’idea geniale, il passaggio fondamentale di età che sorpassa la merenda e trova nuove forme di pre pasto: l’aperitivo. Il momento d’incontro all’italiana che tutti ci invidiano, sconsigliato da tutti i nutrizionisti (circa cinquecento chilocalorie per drink). Ambìto come ideale punto d’arrivo della giornata c’è lui, lo spritz (o altro alcolico per esso) accompagnato da salatini vari. Dal Campari con il bianco al Sidro, dal Negroni alla costa orientale degli stati uniti conosciuta come Long Island, sino ad arrivare nell’entroterra lombarda bergamasca, l’aperitivo è il collante sociale che ha attraversato le generazioni distraendole dalla lotta di classe. Le smancerie si sprecano, le pizzette abbondano e gli alcolici si pagano a prezzo fisso. Quale momento migliore per invitare qualcuno ad uscire insieme? Ed ecco che Forza Italia brinda con Nichi Vendola, a cosa non si sa, ormai sono già tutti abbastanza alticci e disinibiti per rendersene conto. Tra le diciotto e le ventuno nelle città italiane si concretizza ciò che definiamo leggerezza. D’altronde capiteci, è difficile essere italiani: ogni giorno veniamo attaccati per la nostra politica, per l’arretratezza, i trasporti, l’organizzazione e le nostre vite private. Insomma, non chiederemo scusa al mondo per avere inventato una tipologia di intrattenimento che ci sollevi dalle preoccupazioni quotidiane. Alla fine è bello vedere le persone di tutte le estrazioni sociali lanciarsi su buffet rimpinguati all’infinito e non condividere nulla di costruttivo, ma solo l’amore per quella che da fuori chiamano “La dolce vita”.

Oppure no? Alcool a poco prezzo, tartine preconfezionate e malamente farcite riescono a ridurci ad uno stato di elasticità mentale verso il prossimo o restano semplicemente un palliativo per sopportare chi non è come noi? Da qui, l’eterno dilemma: cosa ci unisce e cosa ci divide? Di sicuro l’aperitivo alcolizza, per il resto si sa, il cibo unisce i popoli. Ma si è sempre in bilico senza avere la certezza se il nostro peggior nemico dopo un paio di bicchieri sia più simpatico per davvero o resti un’immagine confusa dovuta al tasso alcolemico presente nel nostro sangue. Forse smetterla di pensare agli aperitivi ci renderebbe più produttivi e ci farebbe evitare figuracce varie (vedi messaggi scritti per errore). Eppure siamo fatti così, ci distraiamo facilmente, quello che noi crediamo essere una piccola pausa dalla nostra giornata in realtà si trasforma in un intrattenimento perpetuo che ci distoglie dall’avere uno sguardo critico. Non è colpa dell’Aperitivo, ma di come se ne è fatto uso. Questa cosa del “E fattelo un bicchiere ogni tanto” ci è sfuggita di mano.

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