Acclimatation

L’innocenza di una forma d’intrattenimento è stata molte volte smentita, nel lungo srotolarsi della vicenda umana, dalla portata delle sue conseguenze. Spesso imprevedibili, esse hanno il merito di segnare delle tracce, imporre dei giudizi, circoscrivere degli spazi per la critica e la riflessione etica. È scontato dire che, per moltissimi secoli, l’intrattenimento è stato appannaggio della parte culturalmente e materialmente dominante della società (questo è già un dato che fa riflettere); meno scontato dire che, nell’epoca precedente alla grande rivoluzione tecnologica che ha contraddistinto gli ultimi cent’anni, l’intrattenimento ha sempre presupposto la presenza di un altro. Da guardare, da ascoltare, da disprezzare, da compatire.

C’è un esempio, dimenticato purtroppo, che viene raccontato da Marco Paolini nel suo spettacolo teatrale “Ausmerzen”. Viene raccontata la forma forse più spettrale di intrattenimento tramite un’alterità: quella finalizzata all’interpretazione di sé come essere migliore, all’autocompiacimento, all’orgasmo auto-interpretativo. E, conseguentemente, alla discriminazione. Siamo nel 1889, a Parigi. Nel bel mezzo della Belle Époque, quando l’umanità credeva di essere arrivata alla fine dell’evoluzione, al compimento della Storia e del proprio destino: “Ormai possiamo soltanto migliorarci”. In quell’anno in particolare la città ospita l’Esposizione Universale. Per la sua inaugurazione l’ingegnere Eiffel fece costruire la sua famosa torre di ferro, la più alta del mondo, originariamente progettata per essere una struttura  provvisoria da smantellare alla fine dell’evento mondiale. Era la porta principale dell’Esposizione, il cancello di accesso varcato il quale l’uomo bianco moderno e occidentale avrebbe potuto ammirare gli esiti più recenti della meravigliosa macchina tecnica a sua disposizione.

Come sappiamo però la base della torre è quadrata, formata da quattro archi; in corrispondenza di uno di questi c’era un altro ingresso. L’insegna recitava: “Jardin zoologique d’acclimatation.” Si pagava regolare biglietto, si varcava la soglia, qualche bancarella vendeva liquirizia ed assenzio. Poi si vedevano delle gabbie. Ed ecco, a disposizione dell’uomo moderno, una vera e propria galleria di specie umane: beduini del deserto sulla destra, pigmei dell’Africa nera sulla sinistra, ancora più a sinistra i cosacchi delle steppe. Tutti in gabbie arredate in modo da ricreare l’ambiente originario in cui quelle persone-cose vivevano: manciate di ghiaia, finti cespugli di rovi, alberelli di mele.

Chissà quante normali famiglie borghesi si sono intrattenute così, durante le domeniche estive del 1889, ad ammirare i popoli anormali della Terra. In fin dei conti non era facile trovare qualcosa da fare nel tempo libero, quindi perché non prendere moglie e figli e portarli a vedere e a capire quanto culo avevano avuto a nascere nella parte buona, intelligente, colta e importante del mondo? Questo era a tutti gli effetti intrattenimento: c’era un altro, da compatire, ed un soggetto fruitore, da consolare. Consoliamoci, almeno noi siamo umani, ci siamo evoluti, e adesso paghiamo il biglietto per andare a vederli.

Nessuna forma d’intrattenimento è davvero innocente. C’è una colpa originaria da scontare, una colpa che in sé si porta dietro: quello di essere troppe volte una cieca presa di distanza, un voltar le spalle, un istintivo non preoccuparsi. Un ingenuo atteggiamento, si dirà. Ma chi sa calcolarne le conseguenze?

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