Zecche

di Matteo Rizzi

Mi sembrava di ricordare ancora la voce di mia madre, mentre danzava avvolta da ghirlande colorate gridandomi da lontano: “Godi fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta!”. Io saltellavo felice nei verdi prati della speranza e dell’amore, rispondevo con un cenno del capo e mandavo baci da lontano. Di zecche, nemmeno l’ombra. Nessun prurito. Il mio sangue scorreva placido nei vasi.

Invece erano mesi ormai che avevo paura ad addormentarmi. Vegliavo con gli occhi sbarrati, lacerandomi la schiena con le unghie in cambio di piccoli attimi di sollievo nell’eternità del prurito. Mi sentivo debole, forse per via del sangue che le zecche mi succhiavano via in cambio di qualche tipo di peste.

Non ho mai capito se fossero sogni, ologrammi, sensazioni reali, allucinazioni metropolitane, né a cosa fossero dovute.

Fatto sta che delle mortifere, fetide, purulente bestioline si nutrivano del mio sangue, del mio midollo, dei miei liquidi, della mia carne. Ma io sapevo cosa fare.

Non potevo più stare a passarmi le mani tra i capelli e a leccarmi le ferite. Dovevo combattere.

Quella mattina di novembre pioveva a dirotto. Avrei potuto rimandare la battaglia, ma certe cose sapevo bene, inconcludente com’ero sempre stato, era meglio farle con l’adrenalina della risolutezza, che nella mia vita arrivava e se ne andava con la stessa velocità e con la stessa indifferenza dell’amore prima e dopo la masturbazione. E poi, pensavo, la pioggia era un notevole svantaggio per quelle creature così fragili.

Fumai la sigaretta del mattino cullandomi nei giramenti di testa e seguendo confusamente il fumo che si disperdeva senza preoccupazioni. Pensavo che, in fondo, non ero tanto diverso da una foglia di tabacco. Anche io, ogni giorno, venivo trinciato, arrotolato, marchiato, impacchettato e sacrificato per un piccolo orgasmo di chi mi consumava; e chi mi consumava non pensava certo alla fatica di crescere sfidando sole, pioggia, uragani e siccità, mentre con la suola delle scarpe schiacciava sull’asfalto quel poco che restava di me. Almeno, il tabacco non se ne rendeva conto.

Pensai che quella sigaretta magari fosse molto amica di quella al suo fianco, e allora fumai anche lei. In fondo, se solo avessi avuto un amico mi sarebbe sembrato meno doloroso essere fumato con lui.

Salii in macchina e mi avviai verso il centro. Il tragitto era il solito. A destra il Bar Stadio, a sinistra il palazzetto. Oltrepassa il ponte. Tieni la destra. Semaforo. Ristorante giapponese, supermercato, negozio di giocattoli. Sinistra. Destra. Dritto cento metri. Parcheggi blu. 1,50 euro all’ora. Sosta massima 3 ore. Feriali da sempre, anche i festivi da più di un mese. Dovevo solo parcheggiare. Parcheggiare e non pagare. Per una volta. E le zecche se ne sarebbero andate per sempre. Ne ero sicuro.

L’autoradio inceppata fin dal primo momento sputacchiava quella che doveva essere Rebel Rebel. Manovra ad S. Su le sicure. Portiere aperte. Piede fuori. Portiere chiuse. Mi incamminai verso la macchinetta che stampava i biglietti del parcheggio e istintivamente alzai il dito medio, canticchiando:

«rebel rebel, put on your dress

rebel rebel, your face is a mess»

Dopodiché iniziò ad esplodermi la testa. Iniziai a camminare più veloce, urtai una coppia che si baciava sul marciapiede, imboccai una, due, tre, quattro strade senza sapere perché avessi scelto quelle e non altre. Non sapevo bene come si chiamasse quel sentimento. Probabilmente era quell’eccitazione, quel desiderio fisico, quella vertigine erotica che si prova quando si arriva alle porte dell’inferno. O sul parapetto di un ponte. Lo godetti tutto, dal primo brivido lungo la schiena all’ultima vibrazione del polpaccio. Potevo già sentire l’odore dolciastro delle zecche in decomposizione. Se ne sarebbero andate per sempre.

Sotto, un vigile stava infilando il verbale tra i tergicristalli e il parabrezza della mia auto Ma io avevo già deciso che, quella mattina, avrei spiccato il volo.

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