Paghette

di Matteo Rizzi e Giulio Bonandrini

Tralasciamo i fortunati e i volenterosi che in qualche modo non devono più chiedere soldi ai genitori. Tralasciamo anche chi è abituato a chiederli solo quando servono. Tralasciamo i lavoratori e tralasciamo chi non ne ha.

La paghetta.

Una pretesa? Forse. Una necessità? Di sicuro. Ogni tanto ci piace dire di essere senza soldi, è sempre un buon pretesto per rifiutare programmi indesiderati. Quando mai siamo stati senza soldi? Dipende.

Una rapida scorsa tra gli amici ed ecco che si palesano tre tipi di paghetta facilmente riconoscibili. Il più famoso è sicuramente la paghetta fissa settimanale. Vantaggi? Gestibile e accumulabile, sembra uno stipendio e se sei bravo sin da bambino può capitare di trovarti con una bella sommetta quando serve. Comodo no? Purtroppo però la paga fissa settimanale non va di pari passo con il progressivo aumento delle necessità adolescenziali: si alternano quindi anni in cui la paghetta è troppa ad anni in cui è troppo poca. Ma si sa, i genitori giocano d’anticipo e arrivano poi ad essere in ritardo, soprattutto se sei il primo figlio.

Ci sono poi quelli che non danno paghette fisse e che valutano di volta in volta le richieste dei figli. Anche qui abbiamo vantaggi e svantaggi. Lo svantaggio è che non esiste più un salvadanaio con il denaro accumulato né è possibile accumularne altro (ufficialmente s’intende: la cresta sui rimborsi spese, in Italia, si impara a livello famigliare). Il vantaggio è che non essendoci un conto settimanale è possibile e probabile che le spese possano essere millantate ed aumentate ben oltre il necessario, a seconda della disponibilità dei genitori.

Ultimo topos è quello della paghetta premio, versione occidentale del famoso metodo cinese di addestramento, insomma, la versione comoda del “mangia sta minestra o salta sta finestra”, la carota invece che il bastone. Ma anche qui vantaggi e svantaggi dipendono solo dalla scaltrezza i chi riceve, in quel sottile gioco tra detto e non detto che si instaura in ogni famiglia.

Niente di più che un gioco dialettico tra genitori e figlio quindi, gioco utile a rendere sin da piccoli l’idea, l’importanza e la necessità del denaro; che questi poi siano effettivamente dei valori a chi sta giudicarlo?

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