La nascita della moneta

di Emanuele Locatelli

La prima moneta fu coniata, nell’ultimo quarto del VII secolo a.C., nel regno di Lidia (Asia minore), in una lega di oro e argento chiamata “Elettro”.

Perché, ad un certo punto della storia, è stato necessario introdurla? La tesi più comune vuole che essa sia evoluzione di un sistema produttivo regolato dal baratto “diretto”, cioè dagli scambi delle eccedenze.

Questa forma di scambio, che sembrerebbe la più genuina, senza fini di lucro e libera dalla cupidigia, non è mai (purtroppo) esistita come sistema istituzionalizzato.

Quando saltuariamente si svolgeva, in alcune comunità primitive, avveniva solamente tra componenti di villaggi estranei oppure nemici. Questo perché il baratto lascia sempre qualcuno scontento, vista la difficoltà di scambiare Oggetti tra Soggetti diversi.

Spesso, negli episodi relativi a società primitive del Brasile e dell’Australia, infatti, la trattativa che sfocia nel baratto assume spesso tratti inaspettatamente violenti e si conclude talvolta con furti.

Il processo dello scambio va interpretato come relazione tra credito e debito in cui un oggetto terzo svolge simultaneamente due funzioni distinte: unità di misura e mezzo di pagamento. È possibile scorgere la necessità della nascita della moneta solo in un tale sistema, in cui una merce diventa il valore-ponte, consentendo di effettuare scambi indiretti e di superare la contemporaneità di reperimento delle merci scambiate.

Un esempio chiarificatore è l’organizzazione di Atene nel 594 a.C., cioè quando Solone viene nominato Esimneta della Polis per far fronte alle difficoltà economiche e sociali. Con la seisachteia (“scuotimento dei pesi”) il mitico legislatore si pone come mediatore tra ricchi e poveri, raccogliendo la società in quattro classi. La classe più ricca era quella dei pentacosiomedimni, ossia quei cittadini che producevano in un anno almeno cinquecento medimni di cereali o cinquecento metrete di vino o olio (un medimno equivale a circa 52 kg e una metreta a circa 39 litri). Si può notare come il grado di ricchezza venisse qui indicato in base alla produzione di beni primari come cereali e vino, proprio questi fungevano da metron negli scambi di tutti i giorni.

Questo mostra chiaramente come, in una determinata fase della storia, le comunità hanno cominciato a guardare a oggetti che o per valore simbolico religioso, o per pregio, utilità o rarità, fossero in grado di garantire la possibilità di trasferire un credito attraverso uno strumento di pagamento.

Quella merce terza, quel metron, oltre ad essere unità di misura e strumento di pagamento, diventa, con la moneta, riserva di valore: può ora essere conservata e utilizzata in futuro senza che si deteriori.

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