Il contratto invisibile

di Ludovica Sanseverino

Spesso si dice ‘I soldi non fanno la felicità’. Eppure ci si ritrova all’ora di cena, seduti ad un tavolo, a lamentarsi dell’economia del paese e di come questo stia precipitando in una povertà sempre più profonda. Come sta accadendo proprio qui, nel nostro Paese: l’Italia. La grande Italia che dichiara, nel primo articolo della Costituzione, di essere “Una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Il lavoro porta soldi e i soldi nell’era moderna contribuiscono in modo determinante al benessere dell’individuo.

Ben sappiamo che in questi anni di crisi finanziaria il lavoro giovanile scarseggia e sono sempre più le imprese che perdono grandi somme di denaro o falliscono e mai riusciranno a stipulare contratti a tempo indeterminato. Ed ecco allora che entra sulla scena economica il cosiddetto ‘Buono lavoro’, comunemente chiamato ‘Voucher’. Il voucher è una nuova modalità di retribuzione usata per lavori occasionali di tipo accessorio; ogni buono corrisponde ad un valore di 10 euro dei quali 7,50 andranno netti nelle nostre tasche e il resto sarà versato in contributi all’ INPS e INAIL. La sua prima introduzione risale al 2003, durante il secondo governo Berlusconi, ma il buono lavoro non trovò applicazione fino all’anno 2008, durante il governo Prodi. All’epoca era una modalità di pagamento sconosciuta e sostanzialmente fu ideata per ridurre il lavoro in nero e regolamentare i settori più deboli del mercato del lavoro, quali assistenza agli anziani, pulizie domestiche, lavori di giardinaggio, ripetizioni private ecc. Insomma, impieghi di breve durata che non obbligano ad un serio contratto lavorativo e che altrimenti sarebbero probabilmente retribuiti in nero e, di conseguenza, senza una protezione assicurativa.

Col tempo questa modalità di pagamento si è allargata dall’ambito domestico ai settori professionali quali imprese e lavoratori autonomi, estendendosi anche al campo della ristorazione, cinema e bar. Purtroppo, proprio per questa ampia diffusione della nuova modalità di pagamento, parecchi imprenditori hanno avuto l’idea di non usare più nessun tipo di contratto lavorativo e utilizzare solo ed esclusivamente quello in voucher. Non si sa ancora perché lo si chiami ‘Contratto’, dal momento che quest’ultimo viene stipulato il più delle volte verbalmente e non per via burocratica; come se fosse invisibile, come se nessun altro potesse vederlo oltre agli interessati. Ergo, non avendo un contratto scritto, si rischia di sfociare ugualmente nel lavoro in nero.  Anche perché, in caso di infortunio sul lavoro o di ispezione da parte dell’INPS,INAIL o Ministero del lavoro, all’imprenditore basta sventolare i buoni voucher acquistati per assicurarsi una totale assenza di sanzioni e l’invisibilità del lavoratore irregolare, che può essere sfruttato e usato a piacimento. Ma non generalizziamo: esistono anche persone oneste che retribuiscono in maniera dignitosa anche usando questa modalità di pagamento… Forse. Come detto prima i soldi scarseggiano, il lavoro è quasi inesistente e i giovani farebbero di tutto pur di portarsi in sacca qualche spicciolo. Saremmo addirittura disposti a perdere la nostra dignità lavorativa facendoci pagare a voucher tutta la vita.

Per sfortuna o per fortuna, il 6 aprile il Senato ha emanato 140 voti per il si e 49 per il no a favore dell’abolizione del pagamento in voucher, e i buoni acquistati entro il 17 marzo scorso potranno essere usati fino alla fine del 2017. Il problema adesso è un altro: il voucher è stato abolito, ma quale soluzione alternativa ci sarà data? Nessuno riuscirà ad assumere per via contrattuale a causa della mancanza di soldi, i giovani aumentano costantemente la richiesta di lavoro e non trovando nessuna occupazione si sposteranno all’estero, il lavoro in nero aumenterà in maniera esponenziale e il paese diventerà sempre più povero. Ahimè, questa è una visione apocalittica e angosciante, quasi reale. Ma si può sempre cambiare.

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