Il conto prego

di Camilla Facchinetti

L’emozione di uscire la prima volta a cena insieme. Atmosfera perfetta. Ci sono tutte le smancerie che una persona romantica possa volere: un ristorante di classe, l’abito giusto, il profumo preferito indosso, gli sguardi sensuali ed il cibo impeccabile. Pare tutto perfetto, o almeno, in superficie sembrerebbe così. In realtà tra i due uscenti c’è un dilemma interiore che li sta dilaniando mescolandosi con la pasta fresca vegana crudista briciolista ed il tiramisù senza lattosio, caffè, crema e voglia di vivere. Un dubbio amletico che separa giovani coppie e lascia l’amaro in bocca: il conto. Così, ingurgitato l’ultimo boccone, bevuto il caffè e scambiata qualche parola per una piacevole conversazione, arriva il famigerato momento di pagare. Quando lo spettro dei soldi arriva, lo sguardo corre al portafoglio altrui. Ebbene, chi dovrebbe pagare? La folla costituita da vecchi conservatori e giovani istruiti dai vecchi conservatori si alzerebbe in piedi e a gran voce direbbe: l’uomo. Quindi, quando si ha voglia di cenare insieme per la prima volta, si dà per scontato che sia la parte maschile dei due protagonisti a farsi avanti e, educatamente, pagare, senza darsi troppe arie. “Tu sei il gentleman della situazione, dovresti pagare tu”. Nella testa di entrambi le idee sono chiare. Ma questo standard non è forse l’equivalente di dire “Se vuoi cenare con me allora tu devi pagare per il mio tempo”? Dopo decenni, secoli, di rivoluzioni sociali questo è tutto quello che resta? “L’utero è mio e lo gestisco io”, però poi improvvisamente quando arriva il momento di pagare la Virginia Woolf che dimora nelle menti delle femministe più convinte fa spazio alla creatura debole e indifesa che non riesce a sostenersi economicamente. Se si esce a cena con qualcuno e non ci si offre di pagare la propria parte, allora l’uscita piacevole si potrebbe trasformare in una discussione da toni sessantottini. Si potrebbe affrontare l’argomento “chi dovrebbe pagare” cercando di vederlo da un altro punto di vista, come ad esempio, se i due protagonisti non fossero potenziali partner ma semplici amici. Chiamereste il vostro amico dicendogli che volete uscire a cena con lui, ma che dovrebbe pagare (sempre) lui? Quella che molti spacciano per educazione in realtà è vista come sfruttamento, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo per timore di essere additato come “Non abbastanza uomo”. La questione del chi debba pagare una cena è cosa di poco conto, ma se si estendesse questo ragionamento a questioni più ampie e importanti (come chi deve pagare l’affitto) ci si renderebbe conto che gli ideali della parità di coppia non potranno fare altro se non restare, per l’appunto, ideali. La vera galanteria non è pagare automaticamente, ma è l’esordire con “Voglio uscire a cena con te per potere passare una bella serata nel ristorante migliore che io conosca” e se a quel punto la controparte dovesse replicare che non se lo può permettere allora è dovere del primo dire che non importa. A quel punto non lo si farebbe più con interesse ma con l’intenzione di volere vivere qualcosa insieme, come un regalo. Se invece fosse un’idea condivisa e uno dei due non se lo potesse permettere, allora dovrebbe contribuire, per quanto sia possibile, a pagare anche nel suo piccolo. In qualsiasi tipo di relazione nessuno dovrebbe sentirsi sfruttato.  Dopo qualche tempo non resta una semplice questione di soldi, ma diventa una relazione fatta di mancanze, di rammarico. Non vale la pena farsi rovinare la serata dal conto o da un fantomatico galateo ideato da un vescovo (tal Galeazzo Florimonte) a metà del cinquecento.

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