Terreni edificabili

Di Arianna Gelfi

Lo sai che alla mia casa c’ho il giardino? E lo sai che la mia casa è in via Vittorio Emanuele 57A? Facciamo che costruiamo le casette con le coperte?
Disegni di case col tetto rosso e in alto il cielo che è una striscia azzurro-Giotto, case che volano, casette nel bosco, metà foglio per la casa della mamma e metà per la casa del papà (un bambino in mezzo alla piega, nel prato), la casa delle bambole e quella degli zombie.
Diciamo “casa” ma leggiamo “io”, anche quando ancora non sapevamo leggere. Il tema dell’abitare è infatti uno dei tratti costituenti del soggetto, come insegna l’antropologia. Per questo è un pozzo ricco da cui attingere storie nuove, oppure in cui seppellirne di dolorose, per tutta la durata della nostra vita, in modi sempre diversi.
Qui però parliamo di noi, delle nostre case e delle nostre non-case. Delle nostre cose, insomma. Quando si va alle superiori di chances ce ne son poche: si abita ancora con mamma e papà ed eventuali fratelli allegati. Ma spesso i confini della casa si restringono, escludono il salotto, non tollerano la cucina, si abita nell’appartamento ma si è a casa solo nella propria stanza. Fiumi di inchiostro si potrebbero scrivere su quella porta-confine, che dovrebbe avere un numero civico solo per lei, perché è un altro spazio.
Dopo la maturità la stanza esplode, il mondo entra da tutte le parti, si pensa a lavorare, si pensa fare l’università. Ora si può. Però bisogna capire dove. Molti giovani universitari scelgono la strada del coinquilinaggio facendo dello status del “fuori sede” uno stile di vita. Si fanno cose mai fatte prima: stendere i panni, il soffritto, le sbronze in casa. Si parte sempre condividendo un affitto e si approda a volte all’affetto (molto vissuto, come il divano in finta pelle). Di abitare da soli di certo non se ne parla, l’affitto è troppo alto e la paga a fine mese troppo bassa. Per variare un po’ sul tema spesso si parte per un Erasmus: sempre le stesse litigate sullo stato pietoso del bagno, ma in polacco o in spagnolo. Cambia la musicalità, è ovvio.
Giovanissime donne lavoratrici e sorridenti scelgono invece un’altra opzione; sono le ragazze alla pari. Vivranno alcuni mesi a casa di una famiglia all’estero che in cambio di vitto, alloggio e un minimo compenso gli chiederà di occuparsi della cucina e della pulizia per tutta la famiglia e qualche ora di baby-sitting. La speranza che dà senso a questo modo di abitare è che il bilancio finale non sia realmente “alla pari”, ma che l’esperienza che fa la ragazza incrementi le entrate, se non economiche almeno personali.
Coinquilini, Erasmus, ragazze alla pari sono le soluzioni più gettonate verso un’indipendenza abitativa che altrimenti un giovane può sperare di raggiungere solo verso i trent’anni. Certo, ci sono le eccezioni stravaganti, ma il problema di una famiglia troppo nido e di affitti troppo shock rimane. E schiaccia a terra.
Permettiamoci però il lusso di volare di nuovo su parole più leggere, di staccarci per un attimo da questo mondo che spesso non è come lo vorremmo. Una casa con le ali. A sollevarci da questa oppressione per fortuna capita infatti a quest’età (ma non solo a questa!) di trovare qualcuno che sia per noi una casa a cui fare ritorno, qualcuno con cui sentirsi sempre in comode pantofole. Ci si innamora, si fa un noi, si fa casa con l’altro. Non più house ma home, non casa ma hogar, non maison ma ménage.
Mentre aspettiamo che i tempi maturino (e noi con loro) per una casa tutta realmente nostra, ci aggrappiamo allora alla scoperta dell’amore e alle parole lungimiranti di poeti e scrittori, che indicano modi nuovi di intendere l’abitare. Uno tra tanti Tiziano Terzani, giornalista che ha abitato molti angoli del mondo (dalla Toscana fino all’Himalaya) in un trasloco perenne, senza avvertire per questo scissione, frammentazione nella sua storia. I suoi scritti sembrano suggerire che vale la pena cercar casa nell’unico terreno di nostra proprietà da sempre, quello del “dentro”; lì fare scavi, piantar fondamenta, mettere ordine, etichettare le scatole. Se i lavori si fan bene quella sarà la vera tana, non conterà più dove e in quante case si abiterà effettivamente perché importerà solo tener oliata quella porta capace tanto di chiudersi per raccontarsi al buio storie inenarrabili, quanto di aprirsi per far sedere un ospite, sorseggiare un caffè con tutta calma, chiacchierare dei nostri sogni.
Da lì potrà entrare la primavera per fare del nostro nido intimo la prima-vera casa:


“Anima, se ti pare che abbastanza
vagabondammo per giungere a sera,
vogliamo entrare nella nostra stanza,
chiuderla, e farci un po’ di primavera? […]”


U.Saba, “verso casa” in “Canzoniere”

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