L’ospite inatteso

di Daniele Ravizza

Un crogiolo di etnie diverse che formano un’identità condivisa è il piedistallo su cui poggia il sogno americano. Tuttavia, oggi il termine melting pot è stato sostituito dalla più moderna immagine di salad bowl (insalatiera), secondo cui ciascuna cultura mantiene le proprie peculiari qualità, senza che queste vengano perse nell’assimilazione. Si tratta però ancora solo di un concetto, che galleggia nell’iperuranio; infatti, dopo l’11 settembre La Statua della Libertà è diventata più sfocata, come acutamente suggerisce l’allegoria contenuta in un’immagine de L’ospite inatteso (The Visitor, 2007), film indipendente di Thomas McCarthy, poi regista de Il caso Spotlight (Spotlight, 2015).
Walter (Richard Jenkins che per l’interpretazione ha ricevuto la nomination dell’Academy) è un professore universitario che trascorre una vita monotona in Connecticut. Richiamato a New York, scopre che il suo appartamento è stato abusivamente subaffittato a due immigrati clandestini. Resisi conto del malinteso, il siriano Tarek e la senegalese Zainab lasciano la casa mentre Walter assiste in modo distaccato; tuttavia l’attrazione per l’Altro lo induce a ospitarli in casa, senza che la macchina da presa lasci trapelare alcuna generosità. Il motivo della scelta è differente: quello di Walter non è un incanto orientalista per lo sconosciuto, ma un vero e proprio legame, forse inverosimilmente (troppo) istantaneo, ispirato dalla musica. Abbandonato il pianoforte, di cui prende le lezioni, Walter s’infatua timidamente dello strumento di Tarek: il djembe, un tamburo africano la cui sonorità sincopata stona rispetto all’armonia classica del pianoforte. Dopo vent’anni d’insegnamento nello stesso corso, Walter trova nella convivenza con la coppia clandestina un’opportunità per uscire dalla macchinosa e solitaria vita precedente.
Tuttavia il plot twist dell’incarcerazione di Tarek come immigrato clandestino traghetta il film dall’ambito psicologico, che McCarthy riesce a trattare in maniera raffinata, eliminando il versante più sentimentalista e kitsch attraverso una regia precisa e nitida (che caratterizzerà anche il più noto Spotlight) capace di lasciare spazio alle emozioni dello spettatore, all’ambito sociale, ribadendo la retorica ormai anacronistica, ma sempre riproposta nel cinema, degli USA come “patria delle opportunità”, oggi negate, come ci rivelerà il finale.
Un grande assente, solo velatamente suggerito, è la dignità sociale: nell’America xenofoba, oggi islamofoba, cosa succederebbe se un uomo ordinario, apparentemente inserito nella società, si schierasse apertamente dalla parte dell’immigrato musulmano? McCarthy non sembra rispondere a questo interrogativo, trattando ottimisticamente come relazioni naturali quelle intrattenute da Walter.
Esemplare e finemente interpretata è, invece, la genuinità con la quale Walter si approccia al diverso, in questo senso è emblematica e brillante la scena in cui Walter sostituisce Zainab al mercatino della strada in cui vende le sue collane fatte a mano.
L’ospite inatteso è in realtà Walter perché è lui che incontra la cultura dei suoi ospiti; è l’America l’ospite inatteso delle altre culture, il visitor interno delle etnie che abitano e si riversano nella sua grande terra. Questa preziosa opportunità viene però misconosciuta da una paura del diverso che, dal microcosmo della vita quotidiana al macrocosmo della politica, nega i valori della bandiera americana, portatrice dei valori della nazione.

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