Intervista a Henry Thoreau

di Giulio Bonandrini

Buongiorno signore e signori e benvenuti, questo è il regno dell’impossibile! Questo è il regno dell’immaginazione. Camminavo, tempo fa, per i boschi di Concord, New England, attratto dalla loro serena eleganza. Ci andavo spesso a quel tempo; l’odore di pino e abete mi riempiva le narici e proprio godevo quando sentivo lontano lo sferragliare dei treni. Mi capitò un giorno di incontrare un’anima e nel timore di dimenticare le sue parole corsi a casa a riportarle sul retro di un libro. Allego trascrizione.

A: Salve!
T:
A: Qui nei boschi non si è soliti salutare?
T: Cosa? Oh, mi scusi, stavo riflettendo e non l’avevo notata. Buongiorno!
A: Non si preoccupi. Lei è…?
T: Qui mi chiamano Eremita, ma di nome faccio Herny, Henry Thoreau.
A: E’ solito anche lei vagare per questi boschi?
T: Direi che li abito, piuttosto.

Andiamo a casa sua e mi offre dell’acqua; dice che è l’unica bevanda dell’uomo saggio.
Gli faccio i complimenti per la casa.

T: La ringrazio, è modesta, così dev’essere: un uomo è ricco nella misura delle cose di cui può fare a meno. Sa, l’ho costruita con le mie mani.
A: Complimenti, si è scelto proprio un bel posto.
T: Dice bene, l’ho scelto. Per lungo ho tempo ho osservato le fattorie di questa contrada. Scoprii molti luoghi adatti per costruirvi una casa, e per un’ora vi trascorrevo una vita, d’estate e d’inverno; vedevo come avrei potuto passarvi gli anni. Sa, c’è una stagione della nostra vita in cui siamo soliti considerare ogni pezzo di terra come possibile luogo di dimora e alla fine scelsi questa piccola altura, isolata e spaziosa.
A: Si vede che ci tiene al suo focolare.
T: Mi son costruito anche quello, con la calma necessaria per fare un buon lavoro e ci ho dormito, quando avevo fatto solo due giri di mattoni. Ma non direi che ci tengo, che differenza c’è tra l’essere legato in un podere o in una prigione di contea? Questo è semplicemente il mio domicilio nel mondo, un’armatura leggera, una cristallizzazione attorno al mio corpo che reagisce con e su di me. Tanto che più che stare in una casa mi pare di stare dietro ad una porta.

Tacemmo per qualche tempo. Spostò la sua sedia un poco più lontano da me, come se dovesse dar spazio ai suoi pensieri.

T: <<Non v’è nessuno al mondo che sia felice se non chi gode liberamente di un vasto orizzonte>> disse Damdara quando le sue greggi avevano bisogno di nuovi e più ampi spazi di pascolo. Ma per quanto la vista da questa porta sia ridotta, non mi sento per nulla imprigionato o impedito. C’è abbastanza pascolo per la mia immaginazione.
A: E i suoi pensieri vagano più alti del suo gregge?
T: Io so che qui il tempo e il luogo sono mutati. Abito in un luogo altrettanto remoto delle regioni che gli astronomi osservano la notte, lontano da rumori e preoccupazioni; una parte dell’universo sempre nuova e mai profanata, ugualmente distante dalla vita che mi sono lasciato alle spalle.

Qui finii la pagina su cui stavo scrivendo il resoconto, malgrado mi sforzi non riesco a ricordare altro, forse vagavo allucinato.

Edit: testi liberamente tratti da Herny Thoreau, Walden – Vita nei boschi. Prima edizione BUR 1988. Prima edizione BUR Grandi classici maggio 2012.

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