Intervista a Deborah Carrara e Serena Alessio

di Andrea Calini

Abbiamo intervistato Deborah Carrara (classe ’97) e Serena Alessio (classe ’95) per farci raccontare dove vanno a mangiare le persone che una casa non ce l’hanno. Lavorano come volontarie in stazione, in una mensa chiamata “Il posto caldo”, gestita dal Servizio Esodo. Quest’ultima è un’iniziativa di progettualità che fa riferimento all’Associazione Instrada, costola del Patronato S. Vincenzo. Ogni risposta alle domande sottostanti è frutto del contributo di entrambe.

  1. Come vi siete avvicinate al progetto Esodo? Di che cosa si tratta?
  2. Ci siamo avvicinate al progetto tramite un educatore, e lì le persone che svolgono questo ruolo sono due, Luca e Fabio; è stata la passione la molla che ci ha portate lì, la volontà di dare concretamente una mano. Si tratta molto semplicemente di una mensa, anche se questa è in primo luogo un posto dove cercare e creare relazioni. Il servizio comprende due progetti: uno mattiniero e pomeridiano, con un camper che gira nella zona delle pensiline di Bergamo e fornisce ai senzatetto dei servizi di igiene e supporto (es. radersi, lavarsi i denti, medicine ecc.). Il secondo è invece la mensa stessa, anch’essa in zona pensiline, che offre un pasto caldo e l’opportunità di consumarlo in loco o di portarlo via.
  3. Come funziona un turno di lavoro “tipo”?
  4. Il turno inizia alle 19.00 e termina verso le 21.30, ed è sempre presente almeno un educatore di riferimento. Il cibo che serviamo è preparato al Patronato S. Vincenzo (la figura responsabile è don Marco). Come dicevamo c’è l’opportunità sia di consumare la cena alla mensa che di mangiarla fuori, in strada. Ovviamente non serviamo alcolici e c’è qualche medicinale per il primo soccorso. C’è poco contatto diretto con i senzatetto (noi ci occupiamo di impiattare e di tenere le vivande al caldo), dipende dalla sensibilità di ciascuno avvicinarsi e scambiare due parole, perché le situazioni sono diverse e non sempre facili (abbiamo anche qualche contatto coi City’s Angels, ai quali ci è capitato di segnalare situazioni di emergenza). In realtà, sono gli “ospiti” stessi che sono più aperti allo scambio: persone aperte ed accoglienti, con tanta voglia di raccontare, che dispensano spesso dei grandi sorrisi. Gli attriti che ci si immagina possano generarsi riguardano soprattutto i rapporti tra di loro, poiché gli umori sono diversi a seconda dei giorni.
  5. Come e perché si finisce a vivere per strada?
  6. Va notato innanzitutto che è davvero molto facile, purtroppo, ritrovarsi senza una casa. Solitamente c’è un passaggio molto brusco, uno strappo in cui da un contesto di lavoro e famiglia si finisce in tempi rapidi a ritrovarsi senza niente. Anche se la vita in strada non sempre è l’unica soluzione, le esperienze della maggior parte delle persone vengono da queste radici. Abbiamo conosciuto ragazzi cacciati di casa dalla compagna, o persone che stanno cercando ancora ossessivamente un posto di lavoro.
  7. Quali sono le dimensioni dell’Abitare e della Casa per i senzatetto?
  8. Il sentimento e lo slancio condiviso è quello di vivere la vita giorno per giorno. Il concetto di casa è minimo, ridotto all’osso. Casa diventa la porzione di muro e marciapiede dove solitamente piazzi il tuo sacco a pelo. Centrali poi sono due dimensioni: quella del ricordo del passato e quella della solidarietà nel presente. Vi è spesso la creazioni di contesti e situazioni famigliari, dove capita che più persone accomunate da questa condizione si muovano insieme, vivano insieme e dormano tutte nella stessa zona. L’associazione Instrada offre e gestisce anche dei dormitori, che si trovano alla torre del Galgario, per i quali non c’è bisogno di tesseramento.

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