Dove c’è Barilla c’è polemica

Di Camilla Facchinetti

«Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri». Queste parole sono state pronunciate da Guido Barilla a La zanzara, su Radio24 il 25 settembre 2013. Dove c’è Barilla c’è casa, ma non per tutti a quanto pare. L’intervista causò una pioggia di polemiche, da parte delle associazioni gay friendly e di esponenti del mondo politico e dello spettacolo. Mentre i clienti più affezionati minacciavano di non comprare più la pasta, l’azienda incriminata iniziava il suo percorso di redenzione. Guido Barilla si è prodigato nei mesi successivi (se non di sua spontanea volontà, quantomeno seguendo il suo direttore marketing) in una campagna di scuse costellata di video “mea culpa” e progetti per la sensibilizzazione del personale verso le tematiche e l’accettazione della realtà LGBT. Dopo tanti sforzi ecco che la Barilla senza neanche chiedere di essere valutata,  ha ottenuto un “punteggio perfetto” dalla Human Right Campaign, un’importante associazione per i diritti degli omosessuali che stila ogni anno il Corporate equality index, (una graduatoria basata sulle politiche interne ed esterne aziendali in questo campo). Secondo Deena Fidas, (responsabile dello specifico programma nella Human Rights Campaign ) “è incontrovertibile che alla Barilla ci sono oggi delle politiche e pratiche aziendali inclusive per gay, lesbiche, bisessuali e transgender che un anno fa non esistevano“. Insomma, Guido Barilla si merita un bell’applauso (o se lo meritano i suoi assistenti alle public relation) per essere riuscito a tornare nel ventunesimo secolo, ma in realtà quello che dal principio è sfuggito al Sig. Barilla è che siamo italiani. La pasta, o pastasciutta che dir si voglia, ci scorre nelle vene. L’Italia è al primo posto per consumo di pasta (25 kg annui pro capite) e ne siamo il maggior esportatore al mondo. Il termine pasta resta invariato, o almeno riconosciuto, in tutto il mondo civilizzato, da Toronto a Shangai, da Città del Messico sino a Sidney e persino da Bergamo a Brescia la pasta ci rende tutti uguali. Non importa quanto la cuoci, se sali l’acqua prima o dopo, se ci vuoi il formaggio, il pepe, il sugo, le verdure, la carne o tutto insieme o se la condisci a parte, se la mangi da solo o in compagnia, se vuoi stare seduto, in piedi, se ti piace quella lunga o quella corta o se semplicemente sei di fretta o se chiami la mamma e le dici “butta la pasta che arrivo”; la pasta riesce a farci sentire a casa. È il prodotto più antico che abbiamo e sembra che non basti mai. Mangiare pasta resta il sine quae non veniamo riconosciuti ovunque nel mondo, e può piacere o meno, ma se tutti ci hanno amato per la nostra pasta, un motivo ci sarà. Cesare Marchi (scrittore, giornalista e personaggio televisivo italiano del secolo scorso) scriveva: « …il nostro più che un popolo è una collezione. Ma quando scocca l’ora del pranzo, seduti davanti a un piatto di spaghetti, gli abitanti della Penisola si riconoscono italiani… Neanche il servizio militare, neanche il suffragio universale (non parliamo del dovere fiscale) esercitano un uguale potere unificante. L’unità d’Italia, sognata dai padri del Risorgimento, oggi si chiama pastasciutta ». In fondo non importa se ti piacciano le farfalle o i maccheroni, l’importante è amare ciò mangi, perché dove c’è una casa dove un piatto fumante di pasta è stato preparato pensando a te allora c’è tutto l’amore di cui si ha bisogno.

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