Angels

di Fabio Annunziata

Bergamo, via Papa Giovanni XXIII, una gelida sera di inverno. Ero intento a passeggiare senza meta, perso nei miei pensieri e preoccupazioni. Mi chiedevo se la mia vita stesse andando nella giusta direzione, mentre mi prendeva quell’insoddisfazione ostinata che emerge quando percepisco che c’è sempre qualcosa che manca, come un buco nell’anima. Un buco che provavo a riempire andando da un fast food all’altro, in preda ad una insaziabile fame compulsiva. Non c’erano molte persone in giro, anzi, diciamo pure che c’ero solo io, poche altre anime solitarie e un paio di barboni.
I “barboni”, appunto. È una parola che racchiude in sé una connotazione dispregiativa; ti riferisci a un essere, umano come te, sulla base di una caratteristica del suo aspetto, conseguenza di uno stile di vita che in pochi si scelgono, mentre altri ci si sono scaraventati da un giorno all’altro. Ne abbiamo altre di parole simili nel nostro lessico: negro, ciccione… Ma se queste sono ormai diffusamente condannate e censurate, solo barbone sembra ancora socialmente accettata, come se a nessuno davvero importasse di come ci si rivolge a coloro che sono considerati gli ultimi degli ultimi. La loro condizione ci pare così indesiderabile che tendiamo ad allontanarla da noi ignorandoli o addirittura disprezzandoli. E sebbene io cerchi di mostrare gentilezza nei confronti di chiunque, non sono poche le volte in cui comunque “tiro dritto” alla vista di un senzatetto temendo che, guardandolo, possa fare in tempo a chiedermi l’elemosina o, forse, temendo il senso di colpa che mi prenderebbe nel momento in cui dovessi negargliela.
Perso nei miei pensieri quella sera ricevetti una lezione di umanità difficile da dimenticare.
C’era questo vagabondo visibilmente alticcio, parlava da solo e urlava e nessuno gli dava molta attenzione, lo si trattava alla stregua di un innocuo “matto”, anche se chiunque, istintivamente, cercava di tenersi alla larga. A un tratto vidi però approcciarsi un gruppetto di strani individui vestiti con delle giubbe rosse e dei baschi blu. Guardandoli con curiosità mi chiesi chi fossero, sicuramente sapevano come farsi notare.  Ne contai almeno sette che si avvicinavano all’uomo e cominciavano a parlargli. Non sentivo molto di quello che si dicevano, ma si notava la gentilezza e la sensibilità con cui lo trattavano, ma anche la fermezza nel contenere il suo comportamento esuberante.  Gli dettero una coperta e qualcosa di caldo da bere e, continuando a parlargli, riuscirono a calmarlo e a ridere insieme. Sulle loro giubbe c’era scritto City Angels, gli angeli della città. Come avrei scoperto più tardi, sono volontari che fanno parte di un’omonima associazione che ha sedi in molte città italiane e che come mission si propone di aiutare coloro che stanno sulla strada, anche collaborando con le forze dell’ordine nelle situazioni più difficili. E non si limitano ai soli aiuti concreti, materiali: anche il sorriso e il calore umano fanno parte della ricetta.
Abraham Maslow, noto psicologo statunitense, nella sua piramide dei bisogni indica il “bisogno di riconoscimento” come uno dei più importanti per un essere umano, dopo aver soddisfatto quelli primari necessari alla sopravvivenza. Il bisogno che venga accettata, riconosciuta e apprezzata la nostra esistenza, il nostro “io”.
Gli angeli, quella sera, non stavano solo offrendo una coperta e una bevanda calda a quell’uomo, stavano facendo molto di più: lo riconoscevano. Riconoscevano in lui un uomo che aveva bisogno di essere considerato, e non ignorato o additato con disprezzo. Un uomo che non ha perso la sua umanità e dignità solo perché vive sulla strada.
Dopo circa dieci minuti e dopo essersi assicurati che il vagabondo stesse bene il gruppo riprese la propria strada, e io la mia. Mi accorsi che in quel lasso di tempo mi ero totalmente dimenticato della mia insoddisfazione, e il buco nell’anima sembrava stranamente riempito. Compresi che, a volte, basta spostare la propria attenzione da se stessi verso gli altri perché i nostri problemi perdano improvvisamente qualunque consistenza.

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