בית

Di Andrea Calini

La parola che presta il titolo a questo pezzo viene dalla lingua ebraica. Si legge Bayit, e significa casa. Questa parola, insieme a poche altre (quali Ricordo, o Attesa), è in grado di condensare in sé buona parte della sensibilità, del sapere e dell’intero immaginario che intimamente costituiscono l’ebraismo. È proprio la mancanza e la negazione della Casa a tracciare il disegno storico della vicenda del popolo d’Israele: allontanamenti, espulsioni, reclusioni. Scrivi ebrei, leggi Diaspora. Fin dall’antichità le comunità giudaiche risiedenti nel Medioriente ed in Europa sono state soggette a trattamenti particolari, speciali, per riconoscerne e proteggerne l’identità ma anche per marcarli con l’impronta della differenza, originaria e colpevole. Quando non sono stati cacciati (la prima espulsione risale al 49 d.C., quando Claudio li volle fuori da Roma), sono stati rinchiusi nei ghetti (anche qui il primato è italiano: Venezia, 1516, primo recinto). Spazi angusti, una manciata di vie dove condensare intere famiglie di diversissime classi sociali, a cui era negato di commerciare, di insegnare e persino di avere un luogo di culto. La stessa parola ghetto, assimilata anche dalle lingue anglosassoni, è di origine ebraica: גט , ghet, significa divorzio. Inutile sottolinearne il forte carattere simbolico.
Prima che si potesse parlare di Casa (intesa anche come Nazione), il popolo semitico ha dovuto passare attraverso lo sterminio senza precedenti. E poi il 1948, la fondazione di Israele. Basta estraneità, basta leggi speciali, basta segni distintivi sui soprabiti. Ma col quarantotto iniziano anche le guerre con i paesi arabi circostanti (Egitto, Siria, Giordania, Libano). Ed ecco profilarsi una data spartiacque: il 1967.
Guerra dei sei giorni; Israele travolge le forze siriane ed egiziane, e si impadronisce dei territori che sono stati teatro della breve guerra: Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est (terre palestinesi), le alture del Golan, la penisola del Sinai. Le conseguenze sono abbastanza note: esodo dei palestinesi da quelli che, da allora, si definiscono “Territori Occupati”; numerosissime risoluzioni delle Nazioni Unite, la maggior parte delle quali completamente ignorate dai governi israeliani; nascita di focolai di resistenza e di gruppi a ideologia terroristica, estremista, panaraba; forte risentimento nei confronti di Israele da parte dei confinanti paesi arabi.
Da quel fatidico sessantasette, gli israeliani hanno cominciato a costruire, sui territori palestinesi occupati, degli insediamenti e degli avamposti. Più semplicemente, delle case. Impedendo agli abitanti originari, cioè contadini e pastori, di continuare a sostare sulle proprie terre; e ciò tramite leggi, iniziative politiche o informali intimidazioni. I palestinesi si sono spostati nei paesi vicini, riunendosi in enormi quartieri fuori dalle città (dei campi per profughi), mancando di gran parte dei diritti che conferiscono alla condizione di cittadino.
I coloni israeliani scelgono di vivere negli insediamenti per ragioni che vanno dai vantaggi economici e dagli incentivi governativi a motivazioni religiose (il giudaismo, a differenza del cristianesimo, non è solo un’ortodossia ma anche un’ortoprassi), come l’atavica assegnazione di quella terra al popolo dell’Elezione, con la promessa dell’impegno di difenderla. Tante le trattative e i tentativi di giungere ad un accordo. E se anche si riuscisse a raggiugerlo sugli insediamenti cisgiordani, rimarrebbe la più amara delle battaglie: quella per Gerusalemme Est, occupata dallo Stato di Israele nel 1967, e nel 1980 proclamata dalla Knesset (attraverso la cosiddetta legge fondamentale) come “unita e indivisa capitale di Israele”.
Attraverso sangue, soprusi, diritti negati, discriminazione ed espulsioni (in sostanza, la condanna ad una diaspora tutta araba); attraverso un atteggiamento volutamente ambiguo (rifiuto di annettere i territori, che garantirebbe la protezione delle popolazioni locali, e rifiuto di ammettere che Cisgiordania e Gaza siano effettivamente occupati, così da permettere a centinaia di migliaia di cittadini israeliani di stabilirvisi senza alcun diritto a farlo) e guardando ad un futuro incerto, il popolo palestinese fa i conti con la più beffarda delle lezioni che la Storia può imporre, sia tragica che messianica; e cioè che niente impedisce ad un vinto di diventare, in qualche modo, un vincitore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...