Tuttologi e iperspecializzati

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo sugli USA di questi ultimi tempi, quelli trumpiani. Ma non ci riesco. Tutti parlano di lui e invece forse la cosa migliore, come si dovrebbe fare in casi come questi, sarebbe proprio non parlarne.
Perciò non ne parlerò.
Invece riporto un tweet di un famoso fumettista e scrittore americano, Scott Adams che, durante la scorsa campagna elettorale, scrive: “Se per diventare presidente è necessaria l’esperienza ditemi un tema politico che io non potrei padroneggiare in un’ora sotto la guida di superesperti”. Come se essere “esperti” di qualcosa coincidesse con il rapido click di un copiaincolla di nozioni. Come se le informazioni così ottenute fossero l’equivalente del verbo conoscere. E se finora ci avevano convinti che una società moderna non può funzionare senza una divisione sociale del lavoro e senza affidarsi a esperti, professionisti e intellettuali (ma le tre parole sono sinonimi?), ora si passa a un altro livello, che è quello del tuttologo, di chi diventa improvvisamente capace di rivestire qualsiasi ruolo a partire da una motivazione che, da sola, sarebbe sufficiente a riempire il vuoto dell’ignoranza.
Altro dato interessante, questa volta iscritto in particolare nella storia americana così cresciuta nel culto della libertà individuale, testimonia quanto gli Stati Uniti apprezzino per tradizione la resistenza all’autorità intellettuale: nel 1835 Alexis De Tocqueville in La democrazia in America, scriveva: “Nella gran parte delle sue operazioni mentali ogni americano fa esclusivamente appello allo sforzo individuale della propria comprensione”. E questo comune sentire derivava, secondo l’acuto osservatore francese, dalla convinzione di trovare nella propria personale capacità razionale la sede più ovvia delle verità, e dalla conseguente svalutazione dell’autorità proveniente da altre fonti.
Se l’originario sogno populistico americano ha subito un duro colpo nei secoli grazie o per colpa della tecnologia, dell’istruzione secondaria, del diffondersi di competenze iper-specialistiche arrivando a demolire questo mito dell’autarchia e sostituendolo con quello dell’iper-specializzazione, già nel 1963 c’era chi sosteneva (si chiamava Hofstadter) che il percorso dalla fede cieca nelle potenzialità del soggetto alla constatazione della complessità schiacciante che richiede competenze sempre più specifiche avrebbe prodotto rabbia e impotenza nelle masse. Insomma se un tempo l’intellettuale era mal sopportato perché non serviva, ora lo è perché serve troppo.
Per completare questo puzzle ora basta immaginare quante competenze siano necessarie per gestire le richieste legate alla politica, quanto enorme sia il divario tra l’elettore medio e le conoscenze richieste per comprendere l’arte che più di tutte ha bisogno di allenamento al dialogo, alla mediazione, alla paziente costruzione di una strada capace di guardare molto più avanti rispetto alla risoluzione dei più immediati bisogni.
Non resta che temere che anche questa volta, come spesso è accaduto nel passato, l’America ci preceda: del resto il rumore di fondo della chiacchiera dei social media e di internet è diventato assordante anche qui. E molti (no, non tutti!) oggi possono diventare Trump! Avanti il prossimo.

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