Io non mi sento americano

di Giulio Bonandrini

Purtroppo non sono un analista americano. Non ho analizzato e seguito la politica americana per gran parte della mia vita. Ho letto e ascoltato tutto quello che mi andava ma non mi sento in alcun modo un esperto. Sono però convinto che urga una riflessione su quello che è successo in America. Dico America senza specificare U.S.A. perché è più normale, così, senza prendersi in giro, ci si capisce.
È evidente che non ci possiamo esimere, noi di Altro, da un commento sull’elezione di Trump. L’America, per noi europei, è un continente idealizzato, “la terra delle possibilità”. E non si ha bisogno di andare a spiegare a nessuno l’enorme influenza che questo Stato ha su di noi. Questa sottile e permeante forma di colonialismo culturale fa particolarmente male considerando quello che l’Europa -o qualunque altro continente- ha da contrapporre. A dire il vero, anche solo considerando quello che l’America, una volta analizzata, ha effettivamente da offrire: una gran capacità di vendersi.
Ecco perché quindi l’elezione di Trump è così preoccupante: l’America, volenti o nolenti, è per noi un modello di riferimento e prefigura situazioni che verranno poi a crearsi anche da noi (perché è da ammettere: copiamo l’America perché è più avanti -in quello che persegue quantomeno-, e sarebbe da discutere cosa e come lo persegue). Spaventa Trump. Spaventa perché è l’espressione politica di una rabbia che vediamo spesso ma che raramente ascoltiamo, una rabbia di pancia che chiunque, anche da noi, cerca ora di cavalcare. Una rabbia che se la prende con qualunque obiettivo le venga dato. Una rabbia che però, in ultima analisi, ha una sola voce. Una voce lamentosa e supplice, proveniente da un angolo, dove da sempre è stata relegata, che piagnucola: “non lasciateci indietro, ci siamo anche noi”. E come i bimbi che hanno situazioni difficili in famiglia spesso diventano i bulli dei loro coetanei, allo stesso modo la rabbia di chi è stato escluso si riversa su chi le viene propinato di volta in volta come colpevole. In questo caso la rabbia è di tutto quello strato sociale americano definito anacronisticamente piccola-borghesia, che ha visto la ricchezza degli altri crescere, ma non la propria; è la rabbia di chi si è sentito escluso dal progresso delle grandi città; è la rabbia di chi si è stufato di essere preso in giro da-chi-ha-studiato e che cerca qualcuno che parli la sua lingua. Quanto è facile accusare chi ha votato Trump di aver sbagliato? Molto, sicuramente; molto facile e molto semplicistico. Non ci si può però chiudere in una torre d’avorio, bisogna guardare in faccia la questione e risolverla. Chi da noi non ha una voce? Chi non viene ascoltato? Perché sei arrabbiato?
Se le persone s’informassero davvero ci si potrebbe capire; le persone però sono stanche quando tornano a casa la sera, e l’unica cosa a cui badano è quel che hanno nel proprio piatto. Se qualcuno gli dice, per dirne una a caso, che sono stati gli immigrati a rubargli quel che di buono c’era dentro, loro ci credono. Per questo bisogna combattere il populismo con l’informazione, perché il populismo è disinformazione, e guardarlo dall’alto al basso con disprezzo è ciò che gli dà la forza e soprattutto la rabbia per fomentarsi.

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