Intervista a Filippo Oggionni, exchange student

di Andrea Calini

Intervistiamo Filippo Oggionni, classe ’97, ex lussaniano ad oggi iscritto a Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Milano. Il quarto anno di liceo l’ha passato interamente negli USA, a Fulton in Mississippi. Gli abbiamo portato un caffè e le nostre domande.

Cos’era per te l’America prima di partire?
Filippo Oggionni: Era la prima volta che ci andavo, e ovviamente ne avevo sentito parlare tanto, come tutti i miei coetanei. Portavo quelli che sono i pregiudizi e le conoscenze che un italiano o più in generale un europeo ha nei confronti di quel posto. Quindi, lo spirito con il quale sono partito è stato quello di indagarla per davvero, da vicino, per conoscerla per come si dava.

Raccontaci del tipo di progetto col quale hai organizzato la tua partenza.
F.O.: A differenza di molti studenti io non sono partito grazie al progetto Intercultura (AFS) ma con un’organizzazione privata che si chiama WEP. Il percorso prima di arrivare alla destinazione favorita è molto lungo, e consiste in una preselezione, una selezione vara e propria e, successivamente (da gennaio circa) nell’application. A tutto questo vanno aggiunte varie procedure di carattere amministrativo e sanitario (es. vaccinazioni). In sé, dunque, il percorso è lungo ed estenuante. Ci sono fondamentalmente due piani di offerta: uno “base”, dove regna la casualità della destinazione finale scelta tra gli States, ed uno “premium”. Io ho scelto il primo, e infatti ho potuto conoscere la città americana di destinazione solo quattro giorni prima della partenza! Io sono finito a Fulton, piccola comunità rurale del Mississippi, ma in generale, nel 99% dei casi si finisce nei piccoli centri periferici (scordatevi Manhattan).

Come e in che modo credevi che ti avrebbe cambiato?
F.O.: Sono partito volutamente con la testa e la mente liberi. Avevo sì delle aspettative ma assolutamente non rigide: ho voluto arrivare là “d’istinto”.

Come era la famiglia con cui vivevi?
F.O.: Era una coppia anziana con una certa esperienza nell’ospitare studenti per scambi scolastici e culturali. Lui era piuttosto burbero, lavorava molto e di mestiere guidava i muletti, lei invece non lavorava. Il tempo passa e i chilometri son tanti ma sempre gli sarò affezionato e riconoscente per avermi ospitato. Con me in casa c’era un ragazzo tedesco di nome Leo, con in quale sono rimasto in stretti rapporti. I “problemi” maggiori riguardavano la lingua (parlavano lo slang del sud, lui in particolare) ed il cibo: sono tornato con 10 kg in più! Là si mangia moltissima carne, anche a colazione, ed è una carne che ha il decuplo dei principi nutritivi e proteici delle carni europee.

Pensi che le tue aspettative siano state tradite?
F.O.: Rispondo semplicemente: se ne avessi avute, lo sarebbero state.

Come si differenzia la quotidianità americana dalla nostra?
F.O.: Porto l’esempio della scuola: in America è lunghissima, l’orario minimo è dalle 7.30 alle 14. Ovviamente, lo studio individuale è molto poco. A differenza della nostra, la scuola statunitense prevede che sia lo studente a scegliere un certo numero di materie, oltre a quelle obbligatorie. La conseguenza è che si crea una realtà molto frammentata. Altro piccolo elemento di diversità è che non esistono veri e propri gruppi classe con i quali stringere stretti rapporti, sono molto più affezionati alle “annate”.

Come valuti la tua esperienza americana?
F.O.: È stata un’esperienza unica, nonostante piccole cose che non vanno e che è difficile mandare giù. Credo di non capire ancora la portata di quanto tutto ciò abbia significato per me, certo è che mi ha messo molto in discussione, e mi ha obbligato a farlo. È stata fondamentale per comprendere che quell’altro di cui sentiamo parlare esiste davvero, e guardarlo in faccia è necessario per maturare, anche se può essere non sempre piacevole.

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