Il diritto alla felicità

di Ludovica Sanseverino

Si parla di America, si parla di mondo. Si parla ogni tanto anche di felicità, come fece Umberto Eco in un articolo su L’espresso del 26 marzo 2014, “Il diritto alla felicità”. La radice è la dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776, che afferma “(…) tutti gli uomini sono stati creati uguali, essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inviolabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità”. Eco si sofferma subito su un piccolo particolare: a tutti gli uomini è stata riconosciuta una felicità in termini individuali, non collettivi. Probabilmente non ci siamo mai fermati a pensare che nessuno può essere davvero felice finché tutto il mondo attorno soffre. La felicità, come ricorda Eco, è uno stato transitorio. Come poterlo rendere permanente? Forse l’amore sta sparendo, forse dovremmo imparare ad amare e ad amarci in maniera migliore. Forse dovremmo ricordarci che l’amore è l’unica cosa che ci lega ed è, probabilmente, il fattore essenziale per una felicità collettiva. Pienezza assoluta ed ebbra, il “toccare il cielo con un dito”, è la felicità: è la gioia per la nascita di un figlio, per l’amato o l’amata che corrisponde al nostro sentimento, magari l’esaltazione per una vincita al lotto, il raggiungimento di un traguardo (l’Oscar, la coppa, il campionato). Persino un momento nel corso di una gita in campagna. Tutti istanti momentanei, dopo i quali sopravvengono i momenti di timore e tremore, dolore, angoscia, preoccupazione.
Quest’idea di felicità ci fa pensare sempre alla nostra soddisfazione egoistica, raramente a quella del genere umano, e anzi siamo abituati a preoccuparci pochissimo della felicità degli altri per perseguire la nostra. Persino quella amorosa spesso coincide con l’infelicità di un altro respinto, di cui ci curiamo pochissimo crogiolandoci nella nostra conquista. Raramente pensiamo alla felicità quando votiamo o mandiamo un figlio a scuola, ma solo quando comperiamo cose nuove e inutili o quando siamo appagati dalla nostra immagine sociale.
Ho il sospetto che molti dei problemi che ci affliggono – intendo la crisi dei valori, la resa alle seduzioni pubblicitarie, il bisogno di farsi vedere in tv, la perdita della memoria storica e individuale, insomma tutte le cose di cui sovente ci si lamenta in rubriche come questa – siano conseguenze di quell’infelice formulazione.
Siccome non siamo delle bestie senza cuore, quando ci preoccupiamo della felicità degli altri? Quando i mezzi di massa ce la sbattono in faccia: negretti che muoiono di fame divorati dalle mosche, ammalati di mali incurabili, popolazioni distrutte dagli tsunami. Allora siamo persino disposti a versare un obolo e, nei casi migliori, a impegnare il cinque per mille.
La dichiarazione d’indipendenza avrebbe dovuto dire che a tutti gli uomini è riconosciuto il dovere di ridurre la quota d’infelicità nel mondo. Compresa, naturalmente, la nostra.

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