House of Trump

di Daniele Ravizza

Diventare spettatori di un qualsiasi prodotto d’intrattenimento che svolga bene il proprio intento implica la sospensione dell’incredulità: dobbiamo credere che ciò di cui siamo spettatori sia reale in quel momento. House of cards, serie televisiva prodotta da Netflix e creata da Beau Willimon, sorpassa questo limite precorrendo la realtà e sovrapponendovisi.
La serie tratta degli intrighi di potere di Frank Underwood (interpretato da un persuasivo e magnetico Kevin Spacey), membro del Democratic Party statunitense, e della sua consorte, ma anche e soprattutto partner di macchinazioni, Claire Underwood (Robin Wright).
Lo spettatore di House of cards non è messo in condizione di dare un giudizio universale sui personaggi, nella Washington DC di Underwood esiste una sola legge: hunt or be hunted. In questa giungla politica l’animale che domina la catena alimentare è lo Iago o il Macbeth shakespeariano: un machiavellico manipolatore, opportunista e vendicatore; infatti il sogno americano è esanime, la democrazia è asserita come overrated, ossia sopravvalutata, e gli scandali vengono coperti da altri scandali (ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente auspicato).
Bugia dopo bugia, carta dopo carta, la strada al potere di Underwood è lastricata da ipocrisia e fatalità: un fragile castello di carte che un solo soffio di vento, quando non un uragano (vedi terza stagione), potrebbe spazzare via.
Un gruppo terroristico inspirato all’ISIS, uno scandalo legato al Ku Klux Klan, l’oscuro rapporto tra stampa e politica, le lobby e i finanziamenti politici, le primarie 2016, una riforma per dare lavoro ai cittadini statunitensi: House of cards non è il tentativo di un documentario, ma una versione drammatica al limite del plausibile che tratta queste e molte altre situazioni attualissime e cruciali. Lo stesso rivolgersi in macchina da presa del protagonista (la famosa “rottura della quarta parete” brechtiana e poi pirandelliana) squarcia lo schermo invadendo la realtà dell’astante, è qui che nasce un interrogativo profondamente disturbante: è la realtà ad essere diventata una serie televisiva?
Lo spessore e la profondità con cui sono indagati non solo i due protagonisti ma l’intero supporting cast, accuratamente selezionato, fortificano la domanda posta, plasmando un corto circuito tra realtà e fantasia.
Come ha dichiarato lo stesso Kevin Spacey: “Underwood è un personaggio di finzione e Trump… è anch’egli un personaggio di finzione”.

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