Piove sul bagnato

di Giulio Bonandrini

Apri gli occhi, piove. Cazzo. Ti stiracchi dentro il tuo sacco a pelo e avverti a fior di pelle quella sensazione tra l’umido e lo sporco tipica da vita in tenda. Ti metti a sedere e raccatti i quattro panni sporchi che ti hanno fanno da cuscino. Ti vesti ancora prima di mettere fuori la testa dalla tenda. Esci, ti guardi attorno spaesato e ti fumi una sigaretta per cercare di consolarti. Chi me l’ha fatto fare? Fortuna non sei da solo, nella tenda a fianco alla tua c’è un altro stronzo che ti accompagna. Due parole. Si smonta la tenda, bagnata. Si riempiono le borse, bagnate. Si carica la bici, bagnata. E ancor prima di iniziare a pedalare si infradiciano le scarpe per uscire dal campo melmoso dove c’erano le tende. Via, verso il primo supermercato. Uno sta fuori a controllare le bici e a fumare mentre l’altro entra a fare la spesa della giornata. Colazione in piedi a fianco alle bici. Pantalocini da bici, k-way e casco. L’unica cosa a cui sei impermeabile è la figa. Puzzi anche parecchio. Si parte, venti km e prima pausa. Basta pioggia per favore, faccio tutto quello che vuoi, lo giuro. Dai su, siamo appena partiti, altri venti chilometri, pausa. Non è che devo riposarmi, è che non ho voglia. Ancora dieci chilometri e dovrebbe esserci un supermercato. Come prima, però stavolta un panino (il meno costoso), un salume (il meno costoso: in Francia il salame, 100g per 1,18 euro; in Germania una strana scatola contente svariati affettati a meno di 9 euro al kg) e una banana a testa, dicono faccia bene. Venticinque chilometri. Oh, ma stiamo scherzando? Com’è che non ci siamo ancora fermati? Da quando tutte le strade sono in salita? Facciamo una pausa? Dai ancora cinque. Pausa. Biscotti, banana e sigaretta: pausa perfetta. Venti e ancora venti chilometri. Arrivati. Bella sta città, troviamo un posto per dormire? Aspetta, entro in quel bar e chiedo se si può dormire in quel campo là dietro. Affermativo capo. Smontiamo le borse, montiamo la tenda. Trova un posto piano dove piazzare il fornellino, sta pentola è troppo piccola per tutta sta pasta, bono sto pomodoro da novanta centesimi, ho una fame boia. Entri in tenda, tiri fuori le salviettine umidificate, fai quel che puoi per lavarti, pomata sul culo che brucia. Due chiacchiere e a letto, sto collassando.
Però è bello. So che forse può sembrare poco ma non posso che raccontarvelo così: bello. Ti ritrovi a guardarti attorno e a vedere effettivamente luoghi che di solito sfuggono all’occhio non attento della vita normale. Essere così sporco ti fa apprezzare come una benedizione ogni possibile modo di lavarti. Rifare le borse può essere soddisfacente se si è maniaci dell’ordine. Avere tutto il necessario per vivere caricato su una bici ti fa sentire leggero, nonostante questa pesi una tonnellata. La tenda, dentro, è un bel mondo, e se l’attenzione non fosse sempre rivolta verso il proprio odore, ci si accorgerebbe di quanto è rilassante il suono della pioggia sul soffitto. Non ho mai mangiato kebab buoni come quelli in viaggio. Kebab per non dire qualsiasi altro tipo di cibo. Questa piccola avventura ti fa sentire grande e forse un tantino migliore di quello che sei.
E poi ci sono le persone, quelle meritano, anche se quotidianamente non lo si direbbe pensando al mondo nel suo insieme; ti vedono sporco e implorante e non si fanno problemi ad ospitarti, merito della bicicletta. La faccia un po’ sorpresa e un po’ ammirata che noti dei passanti con cui ti rapporti gonfia forse l’orgoglio; ciò non toglie sia una bella sensazione.
E quando torni a casa, tutto il viaggio, che ti era sembrato costruito da giornate infinite, si comprime nella memoria in un unico ricordo e la mente, come un potentissimo computer, te lo fa scorrere in un istante sotto gli occhi come con una lente di ingrandimento. Ogni pensiero e sensazione torna alla memoria ed allora sì che ci ridi su, sì che te lo godi il viaggio. Bello.

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