Ladri di biciclette

di Ludovica Sanseverino

Ciao mi chiamo Gabriele, ho 9 anni e mezzo (quasi 10) e voglio raccontarvi la storia di una mia amica, della mia bicicletta. Tutto era iniziato una bella mattina, mio papà mi aveva svegliato tutto contento e dopo la colazione mi aveva chiesto di scendere in cortile. E lì, proprio davanti al nostro garage l’avevo vista. Mi ricordo che ero proprio felice. La vernice blu era lucidissima alla luce del sole e il metallo del manubrio era splendente. Si vedeva che era nuova di zecca e pensai che l’avrei trattata con la massima cura possibile. Dopo poco era scesa anche mia madre insieme a mia nonna. Tutte e due sorridevano e dicevano che così sarebbe stato più facile per me andare a scuola la mattina. Finalmente avrei potuto smettere di usare la bicicletta rosa e arrugginita di mia cugina più piccola che abita nel palazzo di fronte e nessuno più mi avrebbe preso in giro. Senza farmelo ripetere ero sfrecciato via dal cortile di casa in sella al mio gioiellino, seguito dallo sguardo sorridente di mio padre.
Quanto era bella, la mia nuova bicicletta. La portavo a scuola, dal panificio e quando finivo le lezioni ci andavo a prendere il gelato. La portavo in tutte le mie esplorazioni domenicali nelle campagne vicine e l’adagiavo vicino a me quando mi sdraiavo sui campi d’erba e di margherite. Eravamo diventati grandi amici.
Ricordo che una domenica mattina, tornato dal panettiere, posai la bicicletta senza catenaccio giù in cortile. Volevo citofonare ma per sfortuna il citofono non funzionava. Così andai di corsa su per la rampa delle scale fino al mio pianerottolo per bussare alla porta di casa. Quel giorno, io e mio padre, saremmo dovuti andare a fare una piccola gitarella sul fiume. Scendemmo assieme, chiacchierando e scherzando. Ma appena ci ritrovammo all’infuori del portone del palazzo, la mia bicicletta non c’era più. La busta di pane legata al manubrio giaceva per terra, così come la piccola copertina che avevo disteso sul portapacchi. Mio padre mi guardò e sospirò. Fece qualche passo in avanti per raccogliere il pane ma quando si rigirò verso di me ero crollato in un mare di lacrime. Mi ero sentito un vero stupido e non riuscivo a smettere di prendere a calci il muro tra un singhiozzo e l’altro. Mio padre mi abbracciò. Piangendo continuavo a dirgli: “Mi dispiace papà, avrei dovuto legarla, avrei dovuto metterle il catenaccio, mi dispiace papà…”. E lui mi ripeteva: “Non preoccuparti Gabri, non sono arrabbiato. Queste sono cose che succedono. Non è colpa nostra. Sai, al mondo ci sono persone cattive che rubano cose ancora più grandi delle biciclette. Se risparmierò ancora un po’ di soldi magari riuscirò a regalartela di nuovo”. Ma io non riuscivo ad ascoltare le parole di mio papà. Pensavo solo alla mia bella bicicletta. Rubata e portata chissà dove.

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