Intervista a Ivan Gotti

di Francesco Marinoni

Ivan Gotti è un ex ciclista professionista, ha corso dal 1991 al 2002. Originario di San Pellegrino Terme, fra i suoi successi più importanti annovera due edizioni del Giro d’Italia (1997 e 1999). Accetta di incontrarci per conoscerci e farsi conoscere.

Altro: Il ciclismo professionistico è da molti, soprattutto fra i giovani, ritenuto uno sport piuttosto noioso da seguire: secondo lei meriterebbe un’ attenzione maggiore di quella che ha?
Ivan Gotti: È vero, il ciclismo richiede un certo interesse per essere seguito, per poter capirne a fondo le dinamiche e appassionarsi; per questo probabilmente non è così popolare come il calcio. Tuttavia il seguito non è così poco numeroso come sembra, a mio parere: se lo si paragona ad altri sport come la pallacanestro o la pallavolo per esempio ci si accorge che riceve una buona attenzione mediatica. Basti pensare che le due più importanti corse a tappe europee, il Giro d’Italia e il Tour de France, vengono sempre trasmesse in diretta TV ricevendo anche una discreta audience.
Senza dubbio in passato c’era un legame maggiore con questo sport e con i suoi campioni, ma non si può certo dire che questo legame si sia del tutto interrotto. A pensarci bene oggi si hanno anche molte più possibilità di informarsi e seguirlo.

A: Cosa la ha colpita maggiormente di questo sport, al punto da spingerla a darsi al professionismo?
I.G.: Io penso che la bicicletta, per me come per chiunque altro, sia stato il primo mezzo sui cui sentirsi liberi veramente; è un passaggio che tutti abbiamo attraversato nella nostra vita e da bambini lo si vive ancora più intensamente. Il professionismo mi ha attirato poi anche per la dedizione e la passione che questo sport, più di altri, richiede.

A: Il ciclismo è cambiato molto nel corso del tempo, nel bene e nel male. Secondo lei quello odierno è all’altezza di quello del passato?
I.G.: È vero, il ciclismo è uno sport in forte evoluzione, anche solo da quando ho terminato la mia carriera le novità sono state molte. Certamente i miglioramenti della tecnologia (le biciclette leggerissime in fibra di carbonio, per esempio) sono importanti e determinanti, ma non sono un nostalgico del passato e non penso che questo sminuisca i campioni odierni: non rimpiango i tempi in cui si correva sugli sterrati perchè è giusto che questo sport si adatti ai tempi. La base resta sempre e comunque il sacrificio e la fatica che nessuna tecnologia riuscirà mai a eliminare.

A: Spesso si dice che in gara conta molto di più la testa delle gambe: quanto è vera questa affermazione secondo lei?
I.G.: Sono pienamente d’accordo. Quando sei in strada la testa è fondamentale, perché ti dà la passione e la voglia di andare avanti, oltre al limite dei tuoi muscoli. Le mie vittorie più che allo sforzo fisico in sé le devo soprattutto alla determinazione che ho avuto nell’ottenerle: senza, sarebbe stato inutile. Inoltre, con tutte le novità che il ciclismo moderno ha portato, i corridori sono sempre più simili come livello di preparazione e allora è solo il singolo con la propria testa che può fare la differenza e diventare qualcuno.

A: Abbiamo parlato di quello che ti ha spinto; qual è stato invece per te il più grande ostacolo da affrontare in gara?
I.G.: Gli avversari, ovviamente. Ma anche le condizioni del tempo spesso possono rivelarsi un avversario altrettanto valido. Il ciclismo è uno sport in movimento, attraversa climi molto diversi anche in una sola tappa: dalle cime gelide delle montagne alle pianure afose i cambiamenti climatici sono spesso repentini e possono dare serie difficoltà. In molte occasioni ho fatto fatica ad adattarmi e in corsa questo può essere determinante, anche perché i tuoi avversari possono approfittarne per avvantaggiarsi.

A: Per concludere, cosa consiglierebbe a un giovane che voglia diventare un ciclista professionista?
I.G.: Il mio consiglio in generale, non solo per questo sport, è di viverlo essenzialmente come un divertimento, uno svago. Spesso i bambini fin da piccoli vengono sottoposti a forti pressioni perché facciano subito prestazioni da campioni ma così arrivano ad abbandonare anche da giovanissimi, perché già stufi. Non è questo l’approccio che ho avuto io: i miglioramenti e i risultati futuri si costruiscono solo passo a passo e necessitano dei loro tempi, non si può pretenderli fin da subito.
Mi rendo conto, da genitore, che purtroppo questo è facile a dirsi ma difficile a realizzarsi. Si tende inevitabilmente a esasperare e a caricare i ragazzi di grandi pretese, che non sono certo quello di cui hanno bisogno.

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