Fatalmente De Gregori

di Andrea Calini

“Il bandito e il campione” è una canzone che non racconta solo una semplice storia. Alla semplicità della vicenda De Gregori affida il compito di incorniciare ciò che è veramente al centro della composizione, e cioè il destino. La predestinazione, il fato, la forza insomma che inchioda l’uomo ad una serie di eventi necessari dai quali non può fuggire e che modellano il profilo etico-caratteriale di ciascuno di noi, portandoci lontani dal recinto delle nostre responsabilità. “Un incrocio di destini in una strana storia / di cui nei giorni nostri si è persa la memoria”: ecco come la penna del cantautore romano tratteggia, anticipando lo svolgimento della storia, questo motivo immenso e culturalmente impegnativo.
Anche nelle ragioni che spingono a delle scelte (come quella di pedalare) De Gregori vede un bivio: si correva per rabbia o per amore, punto. Niente vie di mezzo. Come la strada, anche la vita non può scivolare di lato e cadere: ha il tragitto segnato. E allora, forse, nel destino si può notare anche l’accento di una condanna: insuperabile, incomprensibile, imperscrutabile. Inutile ribellarsi e opporre resistenza perché non si può piegare questo fato con l’ingegno: “e non servono le taglie e non basta il coraggio / Sante il bandito ha troppo vantaggio”. Anche se nelle carte del fato, comunque, l’avvenire di Sante Pollastri è già scritto: “ma al proprio destino nessuno gli sfugge / cercavi giustizia ma trovasti la Legge”. Serve solo un preteso per far correre la storia nella giusta direzione: a far definitivamente cadere il mitico bandito sarà la sua passione e la volontà di aspettare l’arrivo dell’amico. L’ambiguità di fondo che questa canzone vuole mettere in scena gira anche attorno al problema che De Gregori decide di accennare ma di non risolvere, lasciando ad ogni fruitore la possibilità di sceglierlo da sé. Chi è, eticamente parlando, il modello positivo? Chi ha sviluppato una morale più convincente? Il bandito abile di pistola, ladro e sfuggevole che non sa rinunciare al bisogno umano dell’amicizia tanto da commette il commovente errore di aspettare l’amico alla fine della corsa? Oppure il campione, simbolo di riscatto e fatica, umiltà e sudore, che tradisce l’amicizia facendo leva su quelle che sono le debolezze più intime? “Vai Girardengo, vai grande campione / nessuno ti segue su quello stradone /Vai Girardengo, non si vede più Sante /è dietro a quella curva, è sempre più distante…”

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