Storia di bici e di baci

Ero innamorato. Lei si chiamava Francesca, abitava nella mia stessa via, di fronte alla mia casa, nel borgo storico. Aveva dodici anni. Io, dieci. Lei aveva i capelli castani scuri, lisci, gli occhi marrone scuro, la pelle olivastra. Avevamo giocato insieme, nello stesso cortile, nei pomeriggi di maggio e di giugno. Poi, il primo di luglio, lei era andata in montagna. Mica lontano da qui, da Bergamo. A Camerata Cornello.
Mi mancava un sacco. Quanto mi piaceva.
Ma non glielo avevo mai detto. Neppure le avevo mai dato un bacino. Anzi. Quasi quasi la trattavo male, così, per non farmi scoprire.
Era quel luglio in cui era di moda una canzone di Paolo Conte, la cantava Adriano Celentano, Azzurro. “Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo… allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te… ma il treno dei desideri…”.
Un pomeriggio di sabato, verso le due e mezza, con il mio amico Walter partimmo per una passeggiata in bicicletta. La mia era rossa, con sfumature bianche, ruote del “22”. Di seconda mano naturalmente. L’avevo desiderata talmente che per me era come la Bianchi specialissima che usava il Felice Gimondi.
Dissi a Walter: “Andiamo a Camerata Cornello.”
Mi rispose che ero matto, che era molto distante, su per la Valle Brembana. Lo sapevo, avevo chiesto al papà. Mi chiese se volevo andare a trovare Francesca. Risposi di sì.
Trentacinque chilometri. Solo andata. Totale settanta.
Il Walter avrebbe voluto tirarsi indietro, ma non ne ebbe il coraggio. Raggiungemmo Zogno in buona forma, arrivammo a San Pellegrino. E cominciò la sofferenza. Alla piazzetta di San Giovanni Bianco non ce la facevamo più. Il Walter disse che lui si fermava sui gradini del monumento al soldato Zignone e che mi avrebbe aspettato.
Volevo vedere Francesca. Con i muscoli che erano duri come legno e facevano male come se li mettessi in una tenaglia, ripresi a pedalare in quel pomeriggio di sole. In piazza mi avevano detto: “Ancora cinque chilometri. Un chilometro di salita alla fine”.
L’ultimo chilometro lo feci tutto a piedi. Ma arrivai su, con la mia biciclettina rossa e bianca portata a mano. C’erano delle case, una chiesa. L’orologio segnava le cinque e un quarto.
Sul sagrato della chiesa c’era un gruppo di ragazzi che giocava a “toc”, oggi si dice “a prendersi” oppure “Lupo mangiafrutta” o altro. La vidi che correva e un tipo le stava dietro per prenderla, i capelli di Francesca ondeggiavano sulle spalle, raccolti a coda. Rimasi lì, fermo. Impietrito. Volevo gridare, chiamarla, ma non avevo più voce. Saranno stati un gruppo di dieci ragazzi. Comandai
alle mie gambe di andare fino al sagrato. Non si mossero. Erano di cemento.
Mi sarei trovato davanti a lei, lei mi avrebbe visto, mi avrebbe sorriso e chiesto: “Che cosa ci fai qui, Marco?”. E io non potevo rispondere che passavo per caso, no. Avrei dovuto rispondere: “Sono qui per te, perché quando saremo grandi ti sposerò”.
Il cuore mi batteva come un tamburo. Mi prese la paura dentro la pancia, la voglia improvvisa di tornare a casa, via. Salii in sella alla mia meravigliosa bicicletta usata che mi aveva portato fin lassù e mi buttai giù per la discesa. In fondo, girai verso San Giovanni Bianco.
E cominciai a piangere. Di rabbia.
Ero arrivato a un metro dall’obiettivo, potevo vincere e non ne avevo avuto il coraggio. Non me lo sono mai perdonato.
Forse anche per questo, non ho più smesso di pedalare.

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