Peperoncini rossi piccanti

di Francesco Marinoni

Tutto è pronto: è il 25 Luglio 1999 e sull’East Stage del festival di Woodstock 1999 sta per salire il gruppo che chiuderà la serata. Sono i Red Hot Chili Peppers, all’inizio del loro tour mondiale per “Californication”, forse il loro album-capolavoro. Finalmente si accendono le luci e sul palco sale un uomo: capelli corti tinti di blu, tatuaggi un po’ ovunque e nemmeno l’ombra di un vestito addosso. Quell’uomo è Flea, il bassista, che si affretta a vestirsi del suo basso elettrico e dare inizio così al concerto.
Semplicemente raccontandolo forse non rende troppo, ma provate a pensare di presentarvi davanti a un pubblico di decine di migliaia di persone così, “al naturale” (per chi fosse interessato a farsi un’idea più precisa su Youtube si trova il video integrale del concerto). Solo una persona fuori dal comune potrebbe farlo e, non a caso, stiamo parlando di una delle rock band più strambe, eccentriche e innovative degli ultimi 30 anni. I Red Hot Chili Peppers nascono un po’ per caso nella pazza Los Angeles all’inizio degli anni ’80 e già dal nome raccontano molto: la loro è una musica piccante, che scotta, in pratica un misto fra sonorità funky, hard rock e rap, soprattutto all’inizio della loro carriera. A questo si aggiunge poi un altro dettaglio, che si ricollega all’episodio che ho raccontato all’inizio: avevano questa strana abitudine (“Sox on cox”), nata come uno scherzo ma poi portata orgogliosamente avanti come un marchio di fabbrica, di esibirsi vestiti di un calzino, indossato a mo’ di “mutande” sul pene. Inutile dire che questo è uno dei fattori che hanno contribuito in modo determinante, al meno all’inizio, al loro successo. Se poi ci aggiungete che a livello musicale erano (e sono) qualcosa di superiore alla media, si spiega facilmente come dai locali di Los Angeles siano potuti arrivare a incidere dischi che hanno fatto la storia del rock.
La pratica del calzino, con il tempo, è andata via via scemando e, a parte rare eccezioni, il gruppo si è sempre esibito senza andare oltre al “torso nudo”. Nonostante questo, ha inevitabilmente lasciato il segno e ancora adesso ogni tanto tornano a parlarne in qualche intervista: la nudità, anziché essere qualcosa di imbarazzante, è perfettamente naturale per loro. Il connubio fra la dimensione musicale e quella sessuale quindi è molto forte, come si può vedere anche in alcuni testi delle loro canzoni: dal brutale “suck my dick” di “Sir Psycho Sexy” (da “Blood Sugar Sex Magik”, 1992) alla tenerezza di “take this moment to make you my family” di “Hard To Concentrate” (da “Stadium Arcadium”, 2006) non mancano i riferimenti, più o meno velati, all’atto sessuale.
Del resto, non si tratta certo di un caso isolato: se si pensa a canzoni come “You Shook Me All Night Long” degli AC/DC, “Tengo na Minchia Tanta” di Frank Zappa, “Fire” di Jimi Hendrix o tante altre è evidente la familiarità del rock con gli argomenti più piccanti. Un legame messo in luce anche dal fenomeno delle cosiddette “groupies”, ovvero ragazze fan il cui obiettivo (spesso raggiunto) è quello di andare a letto con i loro idoli musicali. Alcune di queste poi sono diventate particolarmente famose, come Cynthia Plaster Caster, celebre per aver realizzato calchi dei peni di alcune rockstar, fra le quali anche Jimi Hendrix.

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