Comizi d’amore

di Andrea Calini

Il sesso come hobby, il sesso come onore, il sesso come successo, il sesso come piacere, il sesso come dovere. Il sesso come sesso. Ecco solo alcune delle direttrici investigative di un documentario-inchiesta di Pasolini, distribuito con poco successo all’inizio degli anni Sessanta, che sceglie di mettere il naso nei tabù, nei vizi e nei gusti sessuali degli italiani. Affrontando tematiche non certo agili, soprattutto per la “vecchissima, caldissima e innocentissima Italia degli anni Sessanta”, si passa dal tradimento al divorzio, dalla scioltezza dei nuovi costumi ai sinistri pregiudizi sull’omosessualità, dalla prostituzione al sesso per il sesso. E Pasolini, come un grillino ante litteram, gira tutta la penisola per intervistare una gamma più varia possibile di figure, quasi “maschere” di quel Paese oggi irriconoscibile, ma mai volutamente ridotte a stereotipi.

Come in tutto il cinema di Pasolini (allegorico e metatestuale, ma soprattutto poetico), c’è l’esigenza di riportare i suoi personaggi ad un’umanità di fondo, ad un grumo di sensibilità lirica. Magistrali in questo senso i pochi minuti che l’autore dedica al parere di Ungaretti sull’omosessualità: attingendo al profondo pozzo della sua vecchiaia risponde che ogni uomo è fatto in un modo diverso, tutti sono a loro modo anormali, in contrasto con la natura, e lui stesso ha trasgredito tutte le regole in quanto poeta. Questo stupore affascinato per la vicenda umana rimane l’architrave su cui poggiano i suoi lavori: dalla fame fatale del protagonista della Ricotta raccontata sulle note piene di vitalità di un twist, al Cristo profondamente umano del Vangelo secondo Matteo, fino al capolavoro ultimo (centrato, guarda un po’, proprio sulla sessualità declinata come carnalità corrotta, distrutta e dominata dal potere) del ’75, uscito postumo per la prematura morte, Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Lo spaccato che emerge da Comizi d’amore è quello di un’Italia giuliva e spensierata ma anche quanto mai retrograda e feroce; le repliche sono un coacervo di contraddizioni individuali e collettive, che si riducono a semplicistiche tautologie e operano dicotomie dilettantistiche (divorzio sì, divorzio no) su temi che nei quindici anni successivi verranno sviscerati dall’opinione pubblica e dalla politica. Tutto come se la società dell’epoca, a cavalcioni tra la morale cattolico-borghese e i nuovi imperativi del (falso?) progresso consumistico, non avesse ancora trovato un modo per raccontare pubblicamente il sesso. Un conservatorismo misogino domina nel Mezzogiorno che si rifugia in usi e costumi, in ciò che è detto da sempre per nascondere ciò che è detto da me: un ragazzo dichiara di essere contrario al divorzio “perché sono calabrese”. A salvarsi è piuttosto il mondo contadino, la civiltà del pane, che con i suoi vecchi retaggi e un antico conservatorismo “di dignità” si scopre decisamente meno pudico, molto più moderno rispetto al tema della sessualità grazie a una schiettezza non macchiata da perbenismo e adeguamento ai codici sociali del nuovo progresso consumistico. Una vecchia contadina dell’Emilia elogia la nuova libertà di costumi: dice che c’è più coscienza di prima, quando si lasciavano troppi bimbi per il mondo. Insomma, nell’Italia del miracolo economico Pasolini sperava, ingenuamente, di trovare anche un miracolo culturale.

Ed è il recitato fuori campo dello stesso autore a lasciarci con un invito alla consapevolezza e con l’augurio che all’amore si aggiunga la coscienza del nostro amore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...