Woodstock

di Matteo Rizzi

Probabilmente al mondo non esiste una sola persona che, dopo il 1969, non sia incappata in qualche modo in una “nuova Woodstock”: da modesti festival di paese alle ben più pretenziose “repliche” ufficiali; su tutte quella passata alla storia come “Mudstock 1994”, quella in cui i Green Day scatenarono una battaglia di palle di fango con il proprio pubblico (no, non è uno scherzo purtroppo). Eppure Woodstock, quella vera, è e rimarrà una sola. Non c’è nulla che non vada nelle edizioni successive, nulla che tolga loro motivo di esistere. Eppure, sentendo parlare di “nuova Woodstock” il naso scatta, si storce, quasi automaticamente. Woodstock non fu semplicemente un festival con i migliori artisti dell’epoca, a Bethel, una cittadina nello stato di New York. Il festival di Woodstock rese Bethel, per tre giorni, la città della musica, della protesta e del peccato, della disinibizione e della libertà. Per tre giorni Bethel fu il centro del mondo, o meglio, di quel mondo. Quel villaggio non era mai stato prima e non è mai più esistito dopo: al suo posto si erige un paesello di nemmeno 5.000 abitanti, silenzioso e laborioso. Ogni tentativo di far risorgere quella città leggendaria è fallimentare. Lo è perché la musica nasce dal luogo e il luogo nasce dalla musica: non basta mettere un palco nello stesso prato, chiamare un festival con quello stesso nome per sprigionare la stessa magia; non basta imbracciare la chitarra al contrario e suonare l’inno americano per essere di nuovo lì, dove tutti avremmo voluto essere e dove nessuno mai tornerà. Quella città era il desiderio di amore e di ribellione di 500.000 persone. Chiamare un festival con lo stesso nome è quanto di più lontano vi sia da quel desiderio di ribellione. Paradossalmente, tentare di rievocare una leggenda è il modo più sicuro di allontanarsi dalla meta. Se qualcuno di quei 500.000 ancora si aggira per il mondo, quel loro desiderio è morto con il passare degli anni, trascinando con sé quel luogo, nella tomba dei ricordi. Quella Bethel è l’isola che non c’è. Non si è mai mossa dalle mappe. Ma qualunque forestiero, per quanto si sforzi di cercare, non può far altro che vagare e vagare senza mai trovarla. Ma che razza di isola è? La musica crea i luoghi. Ogni volta che la musica riempie un luogo, lo stravolge al punto da crearne un altro, con la stessa localizzazione geografica, certo, ma che smette di esistere nel momento stesso in cui la musica finisce. Woodstock non esisterà mai più. O forse esisterà per sempre, nascosta dalla nebbia della sua leggenda.

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