Mondo e Terra

di Andrea Calini

Arte e creazione sono legate in modo intrinseco, viscerale. Pare ragionevole dire che la prima abbia necessità della seconda: c’è sempre bisogno di un creatore, uno che, quasi dal nulla (ma non necessariamente) si “inventi” l’opera, un autore insomma, che ha una particolare cifra stilistica, che sceglie di mettere in opera determinati eventi o strutture dell’inconscio. In poche parole, che crea un mondo. La creazione non è solo quella fragorosa della materia, ma anche quella silenziosa dello sguardo, dello spazio intellettuale, dell’occhio critico. Lo sapevano bene i mistici ebrei medievali, che con un’efficace intuizione avevano paragonato la Torah allo spartito dal quale il creatore aveva tratto l’armonia del cosmo intero.
Ma come crea dei mondi, l’arte? È sufficiente dire che un dipinto paesaggistico raffigura un determinato scenario per eludere la risposta e banalizzare la domanda? Una risposta autorevole, se autorevole lo considerate, è quella proposta da Heidegger. In un saggio del ’35, “L’origine dell’opera d’arte”, Heidegger introduce, circa a metà della prolusione, una coppia antitetica ma dialettica di termini, MONDO e TERRA. Tratto essenziale. Dopo aver argomentato che l’arte ha la facoltà di far emergere la vera essenza delle cose, la loro propria ‘cosalità'(cioè l’esser cosa della cosa), si arriva al rapporto tra mondo e terra. La terra è il chiuso rispetto all’aperto del mondo; quest’ultimo è l’apertura, il dischiudersi di un orizzonte di senso, in cui tutte le cose hanno una loro funzione, legata armonicamente al resto. Il mondo è, anche, determinazione strumentale delle cose. Ed ecco che l’arte, dal canto suo, sospende questa strumentalità propria del mondo e rimanda alla terra, al chiuso, al non-funzionale. La terra è dunque lo sfondo, il capitello su cui si edifica il mondo. E ci vuole un rapporto con la terra che, poiché chiusa, si apre continuamente nel mondo.
Per comprendere questi passaggi Heidegger stesso ricorre ad un esempio molto semplice: un quadro di Van Gogh che raffigura due scarpe da lavoro, da contadino. Queste scarpe sono degli oggetti d’uso quotidiani e funzionali; ma esse, se colte come cose e non nella loro funzione evocano un mondo, quello della campagna contadina e delle sue fatiche e dei suoi odori. E così la domenica, quando il contadino non lavora e non le indossa, guardandole, scopre che il mondo è per lui aperto, perché quelle scarpe, colte nella loro cosalità, rappresentano l’apertura di quel mondo.
L’arte non è semplicemente mimesi, per Heidegger: è lo s-velarsi della verità.

Per approfondire: M. Heidegger, “L’origine dell’opera d’arte”

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