Qui sono

Luoghi. Luoghi della città, luoghi di dove abitualmente camminiamo, pensiamo, guardiamo, respiriamo. Le chiese. Ce ne sono di tutti i tipi, di tante religioni. Mi tornano in mente le chiese della nostra città, le più antiche hanno quasi mille anni, un tempo lungo per un uomo. Le più moderne le hanno costruite ieri. Chiese romaniche di grosse pietre arcigne, chiese moderne di cementi armati e forme aeree.
Ci sono stati momenti della mia vita in cui mi sono sentito perso, stanco, disorientato.
Qualche volta mi è capitato di camminare e di vedere la facciata di una chiesa e allora sono entrato come a cercare un rifugio. Non c’era messa, non c’era nessuno. Qualche volta mi sono trovato solo nel silenzio di una chiesa e mi sono seduto in un vecchio banco e sono rimasto a osservare nella penombra, i dipinti, le colonne. Ho chiuso gli occhi. Ho avvertito un senso di calma. Ho avuto l’impressione che le onde fragorose tacessero, che la tempesta si placasse. E allora mi è sembrato di vedere oltre le nuvole. E la nebbia. Come se in quel silenzio della navata mi ritrovassi. Non è facile spiegare, ma tutti lo sanno perché tutti l’hanno provato: quando ti sembra di trovarti davanti a te stesso, al di là di tutto. La sensazione di incontrare l’essere che è in te nella sua essenza. E’ rincuorante. Improvvisamente ti senti qualcuno. Non sei più sbattuto qua e là da sentimenti, pensieri, emozioni.
Tu sei.
Punto.
L’ho provato qualche volta in montagna, restando da solo fra le rocce, nel silenzio, su un lembo di prato stentato. E nelle chiese.
Oggi è facile trovare il deserto nelle chiese. È un luogo comune dire che viviamo “bombardati” dalle informazioni, immersi nei contatti reali e, soprattutto, virtuali. Ed è facile dire che in questa babele di suoni ci perdiamo.
Le chiese. Luoghi che qualcuno ha costruito per qualcosa di molto particolare. Per stare in silenzio davanti al Principio del tutto. La Fine del tutto. Di questa realtà di cui così poco conosciamo. Il mistero del cosmo. Che tanto più lo indaghiamo e tanto più diventa misterioso. Enigmatico.
Le domande essenziali della vita.
Cento anni fa, mille anni fa, diecimila anni fa: abbiamo sempre costruito luoghi così. Per uscire dal frastuono della quotidianità, dalle ambasce della vita. E spingerci oltre. Provare a farlo. È incredibile la bellezza di questa cosa. Dodicimila anni fa a Gobleki Tepe, in Anatolia, un popolo sconosciuto ha costruito un santuario di colonne concentriche che aveva un diametro massimo fino a trecento, quattrocento metri. Incredibile.
Quando non mi ritrovo più, quando avverto l’urlo dell’angoscia apro una porta cigolante, mi ritrovo in un vago odore di incenso e nel silenzio. E sto lì seduto in un banco non dicendo niente, lasciando correre i pensieri in libertà verso quello che davvero conta. Le persone della mia vita, quelle che sono passate, quelle presenti. I fatti singoli, almeno alcuni. Il silenzio. Il senso di tutto questo.
Una chiesa.
Soltanto un luogo dove cercare di ritrovarsi. Abbracciarsi. Volersi bene. Questo io lo chiamo anche pregare.

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