La cava di calce

di Camilla Facchinetti

Dove sono?
In ogni città del mondo, concorde ai fusi orari, suonano milioni di sveglie. Nella frazione di secondo in cui il nostro cervello cerca di farci aprire gli occhi sappiamo che, probabilmente, ci sveglieremo nel nostro letto. Cerchiamo comunque di scavalcare il desiderio di dormire che ci costringerebbe di nuovo nel nostro giaciglio e ci svegliamo.
Dopo i vari rituali mattutini, chi va al lavoro, chi a fare jogging, la spesa, l’ufficio, la casa, la vicina, la suocera, il nonno, la riunione, il traffico, i tasti del computer sempre più veloci, il treno, quelli che russano sul treno, l’università, il cane, la pausa di metà mattina, la merenda sana, quella meno sana e i “non vedo l’ora di tornarmene a casa mia”.
In tutto questo marasma generale c’è una categoria di persone che si isola dal mondo.
Non intendo i bambini (troppo piccoli per essere assorbiti dalla routine) né tanto meno gli adulti (ormai completamente inseriti ed annoiati dalla routine), ma nemmeno i giovani adulti (routine? Non so cosa farò domani). No. Mi riferisco a quella piccola fetta scolastica in cui i brufoli abbondano, gli occhiali inspessiscono e gli apparecchi odontoiatrici serpeggiano. L’adolescenza insomma.
Nel magico limbo tra gli undici e i quattordici anni restiamo bambini con le fattezze di un goblin che deve ancora crescere.
Io ricordo bene la mia adolescenza, in particolare un unico e ben definito desiderio mi guidava nelle lunghe giornate ad annoiarmi al mio banco: scappare.
Volevo correre via da ogni cosa. Quando uscivo da scuola con lo zaino in spalla il desiderio di iniziare a correre senza fermarmi mi pervadeva tanto da restare a fissarmi i piedi per alcuni minuti. Alcuni ostacoli si frapponevano tra me e il mio desiderio: in prima istanza, la scuola era vicino alla superstrada e mettere fine alla mia vita sotto una macchina non rientrava tra le mie aspettative; avevo lo zaino, un possibile rallentamento; se era inverno mi chiedevo se sarei sopravvissuta con i soli vestiti che avevo indosso. Poi mi ricordavo che mia madre aveva preparato il pranzo e allora ogni dubbio svaniva e rincasavo. Tornata a casa, dopo avere mangiato, il desiderio di fuga era ancora lì.
Avevo anche pensato di scappare di casa ma non possedevo che pochi spiccioli.
Poi un giorno l’illuminazione. Pensai che, crescendo, sarei potuta andare dove volevo. Avrei studiato, girato il mondo ed infine scelto il luogo che mi piaceva di più. Dovevo solo aspettare.
Così, finite le scuole medie, iniziano le superiori, e lì si che arrivano i problemi. Si apre un mondo fatto di studio vero, di problemi, di relazioni con persone che non avevi mai visto prima e lì capisci di essere uno fra tanti in questi edifici enormi che raccolgono centinaia di persone come te. Il panico serpeggia. L’assioma che ti aveva guidato sino a quel momento (sveglia, scuola, casa, pranzo, studio, gioco, cena, dormire) svanisce completamente. Non c’è un luogo sicuro. A casa non resti molto tempo perché sei a scuola, e di certo l’aula scolastica non assomiglia nemmeno vagamente alla tua stanza con il tuo letto e le tue cose. Il desiderio di scappare s’intensifica, diventa necessario. Si guarda nervosamente l’orologio per uscire; andarsene perché fuori ci sono così tante cose che potresti fare, così tanta gente da conoscere, così tanti luoghi da visitare e pensieri da scoprire che restare a casa non è più un’opzione.
Poi ti fermi.
Pare di soffocare.
Non respiri.
Non c’è aria.
Qual è il mio posto?
Non esiste nessun luogo tuo. Allora lo crei, con i tuoi amici qualsiasi vicoletto o qualsiasi stanza con una porta che si chiude può essere un’alternativa valida al desiderio di fuga. Solo un palliativo. Alzi dei muri invisibili per avere una stanza anche solo immaginaria, e quando qualcuno entra senza il tuo permesso, diventa un nemico. I muri diventano invalicabili, le porte non esistono, la musica si fa più alta, gli amici sempre più presenti nella tua vita, le notti si allungano e le mattine si accorciano, l’alba sostituisce il tramonto. Non hai più un posto per te.
Così ho iniziato a viaggiare, non molto, quanto bastava per evadere dalla mia città. Ho rincorso il desiderio di fuga per l’Europa e ancora non mi sono fermata. Voglio vivere in ogni città che ho visitato, eppure mi ritrovo sempre qui, a casa mia, con la voglia di scappare nei piedi e pochi soldi in tasca per poterlo fare.
A volte penso che sia irraggiungibile, “Perché, perché, perché, perché. Mi sa che voi sulla terra sprecate troppo tempo a porvi i vostri perché. D’inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate, poi d’estate avete paura che torni l’inverno, per questo non vi stancate mai di viaggiare, di rincorrere il posto dove non siete, dove è sempre estate. Non deve essere un bel lavoro” (da “La leggenda del pianista sull’oceano”).
Alla fine il desiderio di scappare viene placato quando riusciamo ad essere più indipendenti, quando iniziamo l’università, o il lavoro, o qualsiasi altra cosa che ci tenga ancorati a terra. E poi ci sono le persone. Ogni tanto vale la pena fermarsi, per forza o per amore, quando uno sguardo t’inchioda lì, esattamente lì dove sei e non ti lascia andare da nessuna parte senza il pensiero di quegli occhi piantati su di te.
Forse non so quale sia il mio posto, ma di sicuro so quale non è. C’è chi si lascia sopraffare dall’impulso della fuga e si getta sulle droghe o nell’alcool.
Ne “I ragazzi dello zoo di berlino”, Chirstiane F., la protagonista, dopo le varie peripezie legate alla vita da tossico dipendente cerca una risposta, un posto dove fermarsi e riposare dalla sua stessa vita; così chiude il suo libro con: “Noi ci immaginiamo di comprarci la cava di calce quando non verrà più sfruttata. E lì sotto ci vogliamo costruire delle case di legno con un enorme giardino pieno di animali e con tutto quello di cui uno ha bisogno per vivere. L’unica strada che c’è per arrivare alla cava la vogliamo chiudere. Non avremmo comunque più alcuna voglia di ritornare su”.

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