Intervista alla stazione autolinee di Bergamo

di Arianna Gelfi

Altro: Buon giorno, per il nostro numero di Altro dedicato ai luoghi avevamo in programma di farLe qualche domanda per conoscerLa meglio. Abbiamo pensato a Lei come a un luogo ricco di spunti e di storie. Ci vuol raccontare qualcosa?
Stazione: Qualcosa di chi?
A: Beh, di Lei, della sua vita. Quella di tutti i giorni.
S: Questo era chiaro. Dico piuttosto che io di vite ne ho due. Quale vi interessa?
A: Ah, certo, immagino si riferisca a una vita notturna e una diurna e alle diverse frequentazioni che queste comportano. Saremmo curio…
S: No, no, non ci siamo capiti. Mi scusi se la interrompo ma questo fraintendimento davvero mi irrita. Cosa crede, che i barboni di giorno scompaiano? Che gli studenti frequentino la stazione solo negli orari di uscita ed entrata della scuola? Non ce l’ho con Lei ovviamente ma, detto fuori dai denti, qui mi girano proprio i binari.
A: Dica, dica pure fuori dai denti, siamo qui per questo. Vada avanti a spiegarmi, la prego.
S: Parlerei piuttosto di me come un luogo di passaggio dei passati e di residenza dei residenti. È chiaro? Io sono entrambi questi mondi tanto diversi tra loro, mi muovo ad entrambi i ritmi, accordo entrambi i suoni. Ma non ho ancora capito a voi quale interessi.
A: Quella dei residenti.
S: Perché? E non mi venga a parlare di disagio e di fragilità sociali che questo genere di discorsi è più scontato dei ritardi dei treni!
A: …
S: Si inventi di meglio. Dimentichi le domande che le han preparato quelli della redazione di Altro e mi dica quel che pensa lei.
A: Ecco, sinceramente a me interessava andare un po’ a fondo, oltre a quel che di solito si sa e si dice sulla stazione: tossicodipendenti, immigrati, senza tetto. Insomma, mi piacerebbe scoprire qualche particolare inedito.
S: Va già meglio ragazzo. Però vedi, non è ancora questo il punto. C’è chi si ferma a quel che comunemente si sa sulle autolinee di Bergamo, sui disagi che passano di lì e che lì spesso si fermano. Si organizzano incontri, serate, dibattiti…
A: Son venuti anche da noi, a lezione. Secondo Lei quel che ci viene raccontato a scuola su questo luogo è tutto giusto?
S: E’ giusto, sì. Ma non è tutto, niente affatto! Oltre ai nomi delle droghe e alla geografia delle nazionalità c’è una realtà  più completa che si apre agli occhi degli operatori, degli educatori, dei volontari che la vedono più da vicino di giorno o di notte. È così, è come una luna che fa via via più luce sulla realtà delle cose; ma ancora a questo livello non è piena. Le manca uno spicchio, un pezzetto irraggiungibile, una complessità che nessuno può cogliere. Se non io, la Stazione stessa.
A: Potrebbe per noi fare uno strappo alla regola e dirci cosa ha da raccontare questo spicchio invisibile e incomprensibile?
S: Ahahah! Non racconta; urla, grida! Divide il cibo tra maiale e no-maiale, separa la gente tra i marocchini di merda che non pagano le tasse e chi con orgoglio dice di ricordarsi ancora casa sua in Italia, tra chi le dà e chi le prende. Grida: “vergogna!”, “por favor, fammi mangiare Paracetamolo, non farà male al mio bambino perché ancora non è nato lui”. Sulle note della Nannini canta: “l’amore è bello solo se lo fai in tre”. Si chiama: “non mi chiamo”. Sussurra: “e tu che cazzo hai da sorridere?”, “la strada mi ha insegnato a tenermi stretta la vita e ad apprezzarla davvero”. Ruba: i quadretti di Madre Teresa. Promette: “da domani non bevo più” “non dimenticherò mai chi ora mi sta aiutando a volermi ancora un pochino di bene” “che se lo rivedo gli spacco le ossa”. Vede: “i vampiri, bastardi vampiri!”, “l’uomo che mi ha messo le monete nell’orecchia quando dormivo perché voleva io fare cose sporche di sesso per lui”.
Ti dico queste cose perché sono tutte vere. Ma anche perché so che colpiscono. Potrei dirtene altre che ti apparirebbero come più normali. Anche qui, con loro, vedo scorrere una quotidianità che in fondo, sì, riesce comunque ad avere un che di rassicurante.
A: Grazie per averci svelato questa ulteriore sua identità di Stazione, sempre celata.
S: Ma cosa credi? Di averla conosciuta? O peggio, capita? Questo era solo un assaggio che ti ho concesso in via straordinaria. Sei tanto ingenuo che quasi mi fai tenerezza. In quello spicchio non si può arrivare, non si può capire tutto, ci si può solo fermarsi qualche passo prima. Tutti quanti.
A: Tutti, meno chi in stazione ci vive, giusto?
S: Sbagliato. Proprio perché ci sono dentro, son troppo aggrovigliati e coinvolti in questo luogo per vedere con chiarezza al di là del proprio naso, della propria storia.
A: Ma allora che senso ha? Questo rassegnarsi a sapere solo un pezzetto è demoralizzante.
S: Sì, può essere frustrante, hai ragione, ma ripara da altri dolori. Le stazioni piangono, sai? Piangono ciò che ha fine e ricomincia. 

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