Prospettive – Follia

Prima regola del Fight Club

di Camilla Facchinetti

Tyler. Sono Tyler Durden. No, no, non è vero, non sono Tyler, sono io. Sono solo io. Forse è proprio questo il problema. Tyler, me, Tyler ed io di nuovo. Chi avrà il sopravvento? Mi sono precipitato all’inseguimento di me stesso? Ragioniamo con calma.
Ho fondato il Fight Club insieme a Tyler ma è stato lui a dirigere il gioco e poi un giorno è semplicemente sparito, puff, andato. Così quegli idioti dei nostri adepti hanno ben pensato di fare fuori Bob, il mio unico amico rimasto. Tutto questo non ha senso. Ho trovato dei biglietti aerei di Tyler nella sua scrivania e così mi sono lanciato al suo inseguimento. Ovunque andassi c’era odore di sangue, sudore e paura; in queste tracce lo riconoscevo: il fight club.
Tyler si era dato da fare, ne aveva creati tanti sparsi in tutto il paese. No, non Tyler, io. No, no, no! Ma che sto dicendo? Tyler! Sì esatto!
Sto impazzendo, devo calmarmi.
Tyler! Cosa ci fai qui? Come hai fatto a raggiungermi? Lo so che mi avevi chiesto di non parlare a nessuno del fight club, nemmeno a Marla, ma non capisco. Cosa sta succedendo? Perché le persone credono che io sia te? No, no che non lo so, altrimenti non te lo starei chiedendo maledizione! Oh no… Perché siamo la stessa persona? Non riesco a capire.
E Marla? Ero io che le parlavo? Sempre? Ho detto cose orribili… Ho fatto cose orribili. Mi avranno preso tutti per pazzo.
Persino ora sono solo, ma io ti vedo. In questa camera d’albergo non ci sono solo io, eppure mi è tutto familiare come se ci fossi già stato. Io sono io e quando non sopporto più il peso di essere me stesso chiedo aiuto a Tyler. Ma Tyler non esiste.
Certo che esisto, sono qua, ehi tu, ascoltami, tu mi hai cercato per evadere dalla tua vita. La tua casa l’ho bruciata io, anzi tu. Vattene Tyler! Devo salvare Marla. Devo… Devo…

Nascondino

di Beatrice Marconi

Abbraccio forte Emily mentre lei mi dice disperata di non volere più vedere Charlie.
Da quando mia moglie si è suicidata e ci siamo trasferiti, mia figlia ha cominciato a giocare con un nuovo amico. Però questo Charlie ultimamente si comporta in modo sempre più inquietante. All’inizio pensavo che fosse solo frutto dell’immaginazione di Emily: è comprensibile che la perdita traumatica della madre l’abbia portata a crearsi un amico immaginario (sono uno psicologo, posso capire certe cose). Ma né mia figlia né una persona inesistente avrebbero mai potuto uccidere il gatto così brutalmente e quella gigantesca scritta rossa sul muro del bagno, poi, non è certo comparsa da sola… Eppure l’unica frase che Emily ha avuto da dire a riguardo è: “È stato Charlie”. All’inizio “lui” non creava problemi: si limitava a giocare con Emily a nascondino mentre io lavoravo nel mio studio, o almeno così diceva…
Smetto di stringere Emily, che ancora singhiozza: cosa ci fa lì quello scatolone del trasloco ancora chiuso? Strappo il cartone e osservo il contenuto. Perché i miei materiali del lavoro sono ancora imballati? Ero sicuro di averli già usati mentre la mia bambina giocava con Charlie, l’ho detto anche prima…
Emily mi sta guardando, ancora in lacrime: “Puoi vedere ora, papà?”
Sto cominciando a capire e le rispondo: “Papà se n’è andato”.
Il suo sguardo terrorizzato m’infastidisce.
“Che ti prende? Non vuoi più giocare con me? Stai meglio con tuo padre che con me? Io inizio a contare. Milleuno… Milledue… Milletre…”

Stanco di pensare

di Francesco Placenza

“Ti sei mosso liberamente per due giorni. Dimmi, dove sono gli esperimenti nazisti? Le operazioni sataniche?”. Sono queste le parole del dottor Cawley che hanno iniziato a farmi dubitare, a farmi credere che ciò che penso non sia reale. Continuano a dirmi che ho ucciso mia moglie perché lei ha assassinato i nostri figli e che mi sono inventato di essere un poliziotto che indaga su quest’isola perché non riesco a sopportare l’atrocità della disgrazia che mi è capitata. Nonostante ciò voglio continuare a credere che le mie investigazioni sugli esperimenti inumani che qui vengono svolti siano in realtà vere, per giunta mi basta davvero poco a dimostrare che esistono. Ma tutte le risposte ai dubbi che pongo ai dottori e tutte le informazioni che sto ricevendo appaiono così sensate e realistiche che non sono in grado di respingerle. Il dottor Cawley e il dottor Sheehan, il mio psicanalista che credevo un mio collega investigatore, stanno facendo di tutto per convincermi di quella che loro chiamano “realtà” e affinché ciò accada mi mostrano persino le foto dei cadaveri dei miei figli, ed è forse lì che comprendo veramente. Troppo in poco tempo. Svengo.
Mi risveglio in un letto, in una cella, accanto a me ci sono il dottor Cawley e il dottor Sheehan che iniziano a farmi domande per vedere se ho davvero compreso. Io do le risposte che vogliono sentirsi dire, la verità in fondo. Giuro loro di aver davvero capito, sapendo bene che se precipitassi nuovamente nelle tenebre della follia andrei in contro a una lobotomia certa. La lobotomia: strumento tanto diabolico quanto efficace per chi non vuole aver più memoria. Ci ho riflettuto a lungo e ho deciso di fingere di essere pazzo così da poter dimenticare grazie all’operazione chirurgica. Tutto il lavoro dei miei dottori, gli unici ad avermi accudito lungo la mia malattia, andrà in fumo e loro saranno screditati. Ma sinceramente non mi importa. Sono, solo, stanco di pensare.

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