Pezzi di pazzia

di Francesco Marinoni

In questo numero, noi di Altro abbiamo deciso di parlare di follia, un tema che si presta a numerosissime interpretazioni differenti. Anche solo darne una definizione non è così semplice come può sembrare. Ho deciso quindi di intraprendere un breve percorso incentrato proprio sulla ricerca del senso di questa parola attingendo a tre diversi brani musicali.
La prima canzone è “Stan”, del rapper Eminem, uscita come singolo nel 2000. Il testo racconta di Stan, un ragazzo la cui unica passione è la musica dell’artista statunitense. Egli è talmente affascinato dal suo idolo che decide di scrivergli delle lettere, destinate però a restare senza risposta. Questo lo sconvolge a tal punto che decide di suicidarsi gettandosi con l’auto in un fiume, trascinando la sua ragazza incinta con sé. La conclusione della canzone è la tardiva risposta di Eminem alle lettere; solo allora il cantante si rende conto che il ragazzo a cui sta rispondendo è quello di cui ha sentito parlare al telegiornale, morto suicida.
Senza dubbio il comportamento di Stan è folle: compie gesti assolutamente irragionevoli, l’ultimo dei quali gli è fatale, e anche le parole usate nelle sue lettere mostrano una scrittura irrequieta, che racconta più di quel che dice (“Sometimes I even cut myself to see how much it bleeds / It’s like adrenaline, the pain is such a sudden rush for me”). A sottolinearlo si aggiunge la costante presenza, nel sottofondo della canzone, del rumore di una biro che scrive e cancella, riscrive e ricancella… Quel che è interessante è cercare di intravedere da dove nasce la sua particolare follia: egli ha perso se stesso, riconoscendosi esclusivamente in un Altro, il suo idolo. L’origine non è quindi un particolare disturbo psichico o un evento traumatico, ma una situazione pressoché normale in cui molte persone si trovano, specialmente da giovani, degenerata chissà come, chissà perché. La follia di Stan è quindi sorprendentemente vicina alla “normalità” e a sottolinearlo è innanzitutto lo stesso Eminem, che ne assume i panni nel video musicale e lo impersona, dandogli voce nella canzone, quasi a voler riconoscersi in lui, ad essere lui. Eppure allo stesso tempo sentiamo che sarebbe troppo definire Stan normale, perché non si rende conto che la sua vita non può essere sacrificata in nome di uno sconosciuto. “Stan”: una storia che dunque non riusciamo ad afferrare né come folle né come normale. Ci resta solo la storia di un ragazzo e tante domande aperte.
Cambiamo completamente genere: “Un matto”, di Fabrizio de Andrè, 1971. Del protagonista non sappiamo praticamente nulla: come dice il titolo, si tratta semplicemente di un matto. È lo “scemo del villaggio”, quell’elemento strambo che possiamo trovare in quasi ogni comunità. Quello che stai mettendo a fuoco ora pensando al tuo paese, al tuo quartiere. Il cantautore genovese ci racconta di quest’uomo e della sua vita adottando il suo punto di vista: entriamo quindi nella testa del matto e da qui osserviamo con occhi persi il mondo. Da questa prospettiva insolita ci rendiamo conto che la follia in questo caso nasce da un’esclusione dalla comunità, che non riconosce il diverso al suo interno e lo caccia, bollandolo a vita. Interessante è il racconto in prima persona dell’origine della pazzia che viene qui ricondotta a un semplice bisogno di ascolto, così naturale da essere condivisibile: “E sì, anche tu andresti a cercare/ le parole sicure per farti ascoltare”.
Il nostro uomo, preso atto che “per stupire mezz’ora basta un libro di storia”, decide di “imparare la Treccani a memoria” ma si ritrova suo malgrado catapultato dentro al dizionario, sotto la “M” di matto. Quello sarà lo spazio assegnato a lui dalla comunità, senza possibilità di traslochi. De Andrè quindi non fa altro che raccontare un tentativo di conformarsi a una società in cui il (non ancora) matto vuole riconoscersi, ma questo stesso tentativo diventa poi, ironicamente, l’origine stessa della sua condizione di folle, che è quindi prima di tutto quella di emarginato.
Facciamo un ulteriore salto matto. Atterriamo in un diverso tipo di follia con “Madness” (2012) del gruppo musicale britannico Muse. Siamo infatti in un contesto completamente diverso: il testo parla di una relazione amorosa, caratterizzata dall’alternarsi di litigi e riconciliazioni. Il tema della follia è qui sviluppato su due linee. La prima riguarda la parte propriamente musicale della canzone, caratterizzata dal ripetersi di una base minimale realizzata con un sintetizzatore e una batteria sulla quale viene scandita la prima sillaba della parola “madness”(“ma-ma-ma-ma-ma-ma-ma-ma-mad-mad-mad”). L’idea di follia è quindi data da questo ripetersi ossessivo della parola stessa, che diventa un tutt’uno con la base. In questa atmosfera si inserisce la seconda linea di sviluppo del tema, che sono le parole del testo. L’io narrante ci racconta che sta cercando di liberarsi di alcuni ricordi, di lasciare andare una persona, ma a impedirglielo si oppone una forza che ancora non trova nome (“I tried so hard to let you go / But some kind of madness is swallowing me whole”). Solo alla fine tutto diventa più chiaro: la “madness” di cui si sta parlando non è altro che l’amore (“Our love is madness”). La follia acquista qui un ulteriore senso rispetto a quelli che abbiamo incontrato fino ad ora: indica un qualcosa che non siamo in grado di spiegare. È quella forza che dopo un litigio risospinge l’uno verso l’altro i due innamorati, che li mantiene uniti anche nel momento di massima distanza. Non è forse profondamente irrazionale e dunque folle amare l’altro, anche quando non lo merita?

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