La pazza gioia

di Daniele Ravizza

Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad una ripresa del cinema italiano che mira ad un grande pubblico (per non dire “commerciale”, termine che ha assunto una connotazione troppo spesso dispregiativa): sono arrivati in sala diversi titoli affascinanti firmati da autori attestati (come Paolo Genovese di Perfetti sconosciuti, Stefano Sollima di Suburra o il compianto Claudio Caligari di Non essere cattivo) ed esordienti (Matteo Rovere di Veloce come il vento e Mainetti di Lo chiamavano Jeeg Robot), tutti accomunati dal giudizio più o meno positivo da parte della critica ma anche del successo presso il grande pubblico. In questo fortunato filone si inserisce perfettamente l’ultima fatica di Paolo Virzì, regista de La prima cosa bella (2010) e Il capitale umano (2013): La pazza gioia è stato presentato al 69° Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, parallela alla selezione ufficiale, trovando una buona accoglienza da parte di pubblico e stampa.

Le due protagoniste sono pazienti in cura presso Villa Biondi, una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali. Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) si presenta subito come una donna stravagante, espansiva e nostalgica di uno status sociale che ha perso, tanto che nella sua rubrica c’è pure George Clooney. L’altra si chiama invece solo Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), è la nuova arrivata nella comunità ed è l’antitesi della prima: introversa, intimorita, smarrita, di bassa condizione sociale. La diversità tra le due è rimarcata dai colori che le contrassegnano visivamente: la prima è bionda, veste colori caldi, vivaci, mentre Donatella è bruna, spettinata, indossa colori spenti ed ha il corpo ricoperto di tatuaggi.
Beatrice riesce a travolgere con la sua personalità la new entry e individua in lei la sua nuova compagna di stanza. Il rapporto tra le due si nutre dell’attrazione tra gli opposti e le conduce a una fuga alla Thelma & Louise, emblemi come loro del potere femminile, anche se in questo caso non si tratta di vivere la vita fino in fondo ma riprendersi ciò che è stato tolto. Beatrice e Donatella infatti non fuggono da Villa Biondi solo in cerca di un’esperienza di evasione dalla vita quotidiana, che nel loro caso è scandita dai ritmi della casa di cura; il vero desiderio di entrambe è la felicità abbinata indissolubilmente all’inconsapevolezza della propria follia, “la pazza gioia”: per Beatrice la vita agiata a cui era abituata, per Donatella il figlio perduto. La fuga è, come sempre, anche un tentativo di ritrovare se stessi, tanto che proprio attraverso essa ci viene svelato il passato di entrambe.

Il film è dotato di un buon ritmo nella parte iniziale, la sceneggiatura presenta alcune battute allettanti (da sottolineare l’autoironia di Virzì che fa dire alla madre di Beatrice: “Siamo ridotti ad affittare la nostra casa al cinema italiano, non so se si rende conto…”), tuttavia manca il dono dell’ellisse: la durata è eccessiva nella seconda parte del film, dove si potevano ritagliare alcune parti sovrabbondanti.
Le due attrici protagoniste si immergono totalmente nei personaggi, le loro interpretazioni sono la base su cui si regge il film e inducono il pubblico a simpatizzare per due pazze. Virzì infatti ci mostra un mondo maschile di contorno freddo, sleale e ripugnante, rispetto al quale il pubblico non può che schierarsi con Donatella e Beatrice matte, fragili, imbarazzanti, ma giustificate da principi nobili e perciò gioiosamente pazze, simpaticamente uniche e ironicamente normali.

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