Legge Basaglia

di una voce dal passato

Si era nel 1978: il 9 maggio a Roma viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro nel baule di una Renault 4 rossa in via Caetani, a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI; lo stesso giorno Peppino Impastato viene ucciso dalla mafia a Cinnisi; l’8 luglio il socialista Sandro Pertini, partigiano durante la Resistenza, diventa il settimo Presidente della Repubblica Italiana; 26 agosto-Città del Vaticano: il Patriarca di Venezia, Albino Luciani, viene eletto Papa. Sceglierà di chiamarsi Giovanni Paolo I, diventando il primo Papa della storia ad avere un doppio nome. Il suo pontificato durerà appena trentatré giorni. Se anche solo ci fermassimo a questo elenco di fatti mi pare che di novità già ce ne fossero. Eppure, se il peso di quel che avviene deve essere misurato dalle conseguenze, allora sono state due leggi di quel maggio 1978 a cambiare profondamente l’Italia: il 13 maggio viene approvata la legge numero 180, ispirata al pensiero dello psichiatra Franco Basaglia e il 22 maggio è datata la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza (legge n.194) con cui l’aborto è consentito entro novanta giorni dal concepimento.
Queste leggi, entrambe, hanno avuto un peso formidabile sulla vita concreta di molte persone e sono state importanti per tutti perché è come se avessero introdotto in Italia il Nuovo.
Non può capirlo chi non sa chi è stato Basaglia. Certo lo sanno quelli che c’erano, ma chi non c’era? Basta cliccare il suo nome su un motore di ricerca e le molte lingue che compaiono dimostrano la portata internazionale del suo pensiero.
Conviene leggere i saggi che Basaglia scrisse dal 1963 al 1979 per farla finita poi con una serie di pregiudizi legati al “malato” mentale: il titolo L’utopia della realtà ad esempio la dice lunga. E non nel senso della irrealizzabilità, ma in quello opposto della costruzione del futuro. Per esempio la chiusura dei manicomi non era per Basaglia che un passaggio obbligato, un puro mezzo, attraverso cui la società doveva (NdR: scritto all’indicativo, modo della realtà) andare a sbattere con le figure del disagio, cioè la miseria, l’emarginazione, la tossicodipendenza ….e farne i conti. Ecco quel che aveva da dire sulla follia:
“E’ una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita.”
Dunque follia e ragione stanno sulla stessa barca. Se è così c’è da capire se la depressione, la mania, la schizofrenia sono davvero malattie. È come avere l’ulcera avere la depressione? E ricordiamoci che di depressione si muore… Perché di fatto la psichiatria, o almeno una certa psichiatria, le tratta come malattie e dunque le “oggettivizza”. Ma come si fa a negare la soggettività proprio in questo ambito che è legato alla storia, personalissima e individuale, di chi spesso è diventato fragile in percorsi di vita vissuta? Come si fa a pretendere di oggettivizzare, di protocollarizzare sotto forma di cartella clinica chi invece ha bisogno di vedersi restituire una propria dignitosa individualità? E non nei tempi infiniti del dio denaro che ha interesse in un mondo malato, ma in quelli umani di una vita che vuole rimettersi in pista. Non resta che “curare” il fragile, avendo “cura” del mondo. Del suo privato percorso di vita e del mondo tutto, quello vasto in cui viviamo anche io e voi e noi tutti.
Certo, non è mica facile. Ma roba da matti: cosa credevamo? Che fosse facile costruire un mondo più civile?

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