Domattina ci vedrò

di Giulio Bonandrini

La luce al neon iniziava a farle male agli occhi, si trovava in quello stanzone da parecchi giorni ormai. Così almeno credeva: la luce si accendeva e spegneva a intervalli che le parevano regolari e i pasti, tre ogni ciclo di luce, scandivano il passare del tempo. Il terzo giorno era riuscita ad alzarsi in piedi ed aveva misurato il luogo dove si trovava scoprendolo enorme, più di venti metri per lato: le sembrava assurdo le avessero riservato uno spazio così grande. Capì presto il motivo: dal quinto giorno, ogni due, si svegliava con un nuovo inquilino. Lei era solamente stata la prima. Non erano persone normali, come lei. Dopo ogni pasto si alzavano e si mettevano in fila, paralleli al muro, come se fossero un reggimento. Ogni nuovo arrivato si posizionava esattamente per ultimo, a destra di quello arrivato prima di lui. Uomini e donne tacevano, fissando tutti lo stesso punto della parete di fronte a loro. I primi giorni aveva provato a comunicare, ma già il primo arrivato non rispondeva che con un sorriso gentile e un silenzio assoluto.
Le avevano chiesto, una volta, perché anche lei non andasse a manifestare contro il governo. Aveva balbettato qualcosa ma non sapeva spiegarsi. Non riusciva dire che ciò che la rivoltava più di ogni altra cosa non era un governo tirannico, ingiusto o corrotto; la atterrivano le folle marcianti, i cori urlati in gruppo, quel mescolamento di coscienze che uniformava e vanificava.
Le cose iniziarono a diventare sempre più strane; un giorno a settimana si svegliava con un capo di vestito in meno e si accorgeva che lo stesso succedeva ai suoi compagni di prigionia, loro però pareva non si accorgessero di nulla. Iniziava a chiedersi cosa si aspettavano da lei. Aveva detto tutto, aveva confessato tutto. Non erano nemmeno dovuti ricorrere alla tortura, quel peso sul cuore le gravava da troppo tempo, aspettava solo di liberarsene. Quando aveva confessato, subito, appena catturata, l’avevano guardata male. Non gli avevano creduto, la guardavano così, sorridendo pazientemente, dello stesso sorriso che ritrovava ora nei suoi compagni silenziosi. Sapeva di essere malata, lo sapeva da tempo. Perché allora questo strano gioco? Le sembrava di essere l’unica sana. Ormai erano tutti nudi. Non sentiva pudore, quelli nemmeno la guardavano. Pian piano iniziò ad abituarsi. Smise di porre domande ai suoi compagni sorridenti e iniziò a sua volta a sorridere. Sentiva la sua coscienza che lentamente si addormentava, non le sembrava di impazzire, anzi, era tutto normale. Quasi quasi, iniziò a dirsi, domattina, dopo colazione, mi metto anche io a guardare il muro, magari ci vedrò qualcosa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...