Accompagnare le psicopatologie: qui e ora

di Beatrice Marconi e Matteo Rizzi

Nota per il lettore: prima di leggere questo articolo togliti dalla testa l’immagine del matto cronico che graffia le pareti della cella d’isolamento (vorrei vedere che cosa faresti tu sbattuto in una stanza chiusa a chiave dall’esterno). Fatto? Bene. Ora dimentica anche Joker, Travis Bickle e co: la follia è una patologia, non quella stravaganza un po’ naïf che tanto ci seduce. Se sei riuscito a fare anche questo, puoi cominciare a leggere.

La forma di follia di cui abbiamo deciso di parlare, con l’aiuto di Simone, si chiama “pericolosità sociale”. Simone Cortesi è il coordinatore di una CRA (Comunità Riabilitativa ad Alta Assistenza) a Valpiana (frazione di Serina, BG), un luogo per persone che in tribunale sono state definite “socialmente pericolose”. Per questa categoria di criminali la giustizia prevede un iter riabilitativo particolare, diverso dal carcere. Ecco perché la definizione “incapace di intendere e volere nel momento del reato” è spesso il pezzo forte del sarcasmo da bar sull’eccesso di indulgenza della giustizia italiana. Ma se noi di Altro preferissimo stare al bar, non saremmo qui a cercare di spiegarvi come mai questa sia una critica superficiale e ingiusta.
Simone ci racconta che sperare di cavarsela preferendo la comunità al carcere è come “tirarsi la zappa sui piedi” (sempre partendo dal presupposto che la comunità lavori con serietà) perché, mentre il carcere è semplicemente finalizzato al risarcimento del danno, la pericolosità sociale è soggetta a revisione e se il paziente non è riuscito a modificare degli aspetti della propria psicopatologia, la misura di sicurezza viene prorogata ancora e ancora. Non a caso alcuni chiamano questo percorso “ergastolo bianco”.
Simone ci racconta la CRA che gestisce: Le Bonne Semence 2. “Il percorso si pone come massimo obbiettivo la reintegrazione sociale del paziente”, un obbiettivo che, ci dice, è quasi impossibile da raggiungere: su venti pazienti in cura, soltanto due in media raggiungono la completa indipendenza sociale.
La cooperativa sociale Le Bonne Semence (da cui prenderà vita la comunità), nasce da un’idea della Dott.ssa Francesca Gattinoni, che, ispirata da una profonda conoscenza della filosofia orientale, ha individuato in alcune pratiche degli strumenti straordinariamente efficaci nell’affrontare patologie di questo tipo: i pazienti hanno bisogno di prendere consapevolezza dei limiti che la loro patologia impone, e la meditazione li aiuta sicuramente a prendere coscienza di loro stessi. Per questo durante la settimana sono previsti dei momenti di meditazione, e ogni mezz’ora è possibile suonare il gong per creare un momento di pausa e distacco. Un’altra pratica molto affascinante consiste nell’alimentazione rigorosamente vegetariana, non per un motivo etico, ma rieducativo: una regola (o una legge) può essere frustrante, può porre delle fastidiose limitazioni, ma deve essere rispettata. Simone afferma anche quanto sia importante che i ragazzi imparino a prendersi cura del proprio corpo, della propria igiene e dei propri spazi: è il primo passo per imparare a prendersi cura del proprio essere.
Allo stesso modo tutte le attività proposte hanno lo scopo comune del reintegro dell’individuo nella società, anche se sono divise per “fasce”: ludico-risocializzante, fisica, creativo-espressiva, terapeutica.
Le giornate in comunità sono dunque studiate per fare in modo che i pazienti imparino a rapportarsi in modo sereno innanzitutto con i propri problemi e poi con la società: “Non odiare te stesso per non odiare gli altri”, direbbe Osho, non a caso uno dei punti di riferimento della fondatrice della cooperativa.

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