Tre film in cerca di spettatore

di Daniele Ravizza

Il cinema, come ogni industria, vive d’incassi: deve puntare a un rendiconto economico, raggiungere il maggior pubblico possibile. Raramente però quantità è sinonimo di qualità, è perciò facile che lo spettatore medio venga travolto dall’uragano di film “commerciali” di cui i cinema, specialmente i multisala, devono rifornirsi per sopravvivere alla concorrenza, quasi letale, dello streaming. In questo turbine è facile che si perdano alcuni piccoli capolavori che non hanno trovato fortuna distributiva o pubblicitaria.
Ne è un esempio What We Do in the Shadows (2014), un mockumentary neozelandese vincitore del Premio della Giuria al Torino Film Festival 2014 che ha ottenuto i favori di critica e pubblico in tutto il mondo, ma che non è ancora giunto nelle nostre sale. Jemaine Clement e Taika Waititi, registi esordienti e anche attori protagonisti, ci raccontano la vita (stra)ordinaria di Vladislav, Valgo e Deaco, tre vampiri coinquilini a Wellington. Il film tratta in maniera comica e originale il tema dei vampiri, rivitalizzato da gag innovative e intrecciato alla modalità del falso documentario. La “vampiritudine” è rivisitata grazie al rovesciamento dei clichés di questo genere e al divertente adattamento di questi esseri centenari al mondo attuale. Relegati ai margini della società, è proprio dal rapporto con gli umani che riescono gli sketch più allettanti: il personaggio di Stu, neo-vampiro e anello di congiunzione con il mondo umano moderno, è il centro comico attorno cui orbitano i tre protagonisti.
Dello stesso anno di produzione è It Follows, un horror diretto da David Robert Mitchell, arrivato sì nei cinema italiani ma con un anno e mezzo di ritardo rispetto alla prima mondiale. Dopo un innocente incontro sessuale, Jay è perseguitata da una creatura soprannaturale che la perseguita ovunque lei vada. Mitchell, rifacendosi all’incubo comune della sensazione di essere seguiti da qualcuno, riesce a realizzare un horror che sa fare paura senza ricorrere a facili stacchi di montaggio nei momenti di massima tensione o ad improvvisi sbalzi di volume, ormai usuali nell’horror mainstream; la splendida gestione della suspense comporta una perfetta immedesimazione dello spettatore nella protagonista e la conseguente apprensione per “It”.
Un altro film passato in sordina nei nostri cinema, e non solo, è Anomalisa (2015), presentato alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia e nominato agli Oscar come Miglior film d’animazione. Charlie Kaufman, premio Oscar per la sceneggiatura di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, e Duke Johnson firmano “il film più profondamente umano dell’anno”, anche se non vi recita nessun umano: Anomalisa è infatti popolato da pupazzi animati in stop-motion, ma i due registi riescono a farcelo dimenticare. Michael Stone vive un periodo difficile: il suo matrimonio è in crisi, qualsiasi cosa lo annoia, le persone gli sembrano tutte uguali, tanto che hanno tutte la stessa voce; tuttavia un incontro rompe la monotonia della sua vita: Lisa ha un’anomalia che la rende unica rispetto a tutte le altre persone. Kaufman realizza un’opera niente affatto scontata sulla solitudine, declinata in modo assolutamente originale; al cancro della noia cerca di suggerisce una cura, a malincuore, ancora non definitiva: l’amore.

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