Lavata di testa

di Beatrice Marconi

In fondo non ci sono mica poi tanti modi di vivere, di organizzarsi la vita: si può vivere in uno (soli), in due (la famosa coppia) o in tanti (la famiglia di tipo matriarcale, le comuni, ecc). Solo tre modi, credevo di più. Ma non è questo il punto. L’importante è che ognuno abbia dentro di sé una forza, un’energia, una grande vitalità, perché quando si ha questa energia va bene tutto e quando non si ha questa energia…”

Con questo breve monologo Giorgio Gaber introduceva nel 1972 un pezzo che era destinato a imprimersi nella memoria del pubblico.
È complicato scriverne perché una scrittura tanto precisa da descrivere minuziosamente le espressioni, le voci, i gesti del Signor G diventerebbe anche noiosa in modo devastante. Dunque invito il lettore all’ascolto della canzone in questione, soprattutto se si sta annoiando. Sì, perché ciò che è straordinario è che nell’universo della canzone lo shampoo diventa un farmaco contro la noia, ma nell’universo di chi ascolta è la musica stessa ad avere questa funzione (anche grazie alla mimica e alla teatralità del buon Signor G).
Di cosa potrà mai trattare una canzone che si intitola Lo shampoo? Di una persona annoiata che, non avendo nulla di meglio da fare, decide di lavarsi i capelli. Pratica questa estremamente stimolante che comporta una serie di scelte: dalla temperatura dell’acqua al prodotto adeguato ( e, a dirla proprio tutta, se Gaber si fosse chiamato Giorgia col cavolo che la canzone si sarebbe fermata a “Ffffffon”: ci sarebbero stati una serie di altri step come “Ppppppiastra” o “Llllllozione anti-nodi”. Roba da passarci il pomeriggio).
Tornando a noi, ho provato a dare un’interpretazione a questo esilarante pezzo, ma più ci mettevo mano e impegnavo la mia testa, più Lo shampoo colava dappertutto e la schiuma mi faceva continuamente scivolare. Non c’era via di scampo, la mia testa era ormai ovattata tanto che non riusciva a giungere a un’unica interpretazione della canzone.
Ho pensato in primis che la morale è che più una persona si annoia, meno rischia di avere un odore sgradevole. Quindi, quando dovete prendere il pullman alle sette del mattino, assicuratevi che i vostri compagni di viaggio siano degli annoiati cronici ed eliminate sistematicamente gli altri.
Poi mi sono sforzata di scovare la magnifica banalità di fondo. È chiaro che la noia, come la schiuma, è una cosa buona. Come la luce non può risplendere se non nel suo opposto, così un gesto quotidiano e banale come lavarsi i capelli può essere reso straordinario e appagante dall’inattività che l’ha preceduto. Quindi, seguendo questo ragionamento, la noia sarebbe la soluzione all’insoddisfazione, alla banalità della quotidianità alienante, alla… noia. Paradosso.
Infine ho dato il meglio di me e mi son chiesta: se tutta questa ilarità galleggiasse su un sostrato profondamente triste? Se lo sciampista appartenesse alla categoria delle persone sole? Non parlo di single, orfani e senza figli; intendo piuttosto individui infastiditi dalla compagnia, ma annoiati dalla solitudine. Lo sciampista si lascia vivere: poco importa che la vita gli scorra addosso sotto forma di “acqua giusta” o di tempo. Non potrà mai godere di nessuna esperienza, perché saranno tutte dei tappabuchi per tentare di riempire il vuoto della sua esistenza. Ogni volta che finirà di asciugarsi i capelli dovrà ricominciare da capo, perché sarà di nuovo incapace di sostenere la noia di quel vuoto. Passiamo così dal simpatizzare per lo sciampista che con la sua piattezza ci fa ridere sotto i baffi, al disgustarci nel riconoscere che semplicemente si tratta di un morto che cammina. Che forse, a tratti, ci assomiglia.

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