Amori senza noia

Noia: volontà di uscirne. Antidoto: amore. Evidente: l’amore è un grande antidoto alla noia. Ma quale amore? Che amore è quello capace di resistere alla noia? L’amour fou, la passione incontrollabile e ossessiva che incendia corpo e cuore e che annulla il resto del mondo? Il colpo di fulmine che è la riedizione romantica di Eros, dio dispettoso e incontrollabile, l’unico (altro che Zeus…) temuto perfino dagli dei olimpici? Ma anche lì la noia arriverà, prima o poi annacquando la fiamma, consumando l’innamoramento che, da stato nascente e prorompente, diventa abitudine, luogo comune. Abitudine. Abitudini. Appunto: noia. Siamo tornati da capo all’inizio.
Occorre immaginare nuove soluzioni al problema. E se gli antichi apprendevano la loro educazione sentimentale attraverso i miti (Zeus il potere, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, Afrodite e Eros l’amore) noi invece abbiamo la letteratura. I grandi scrittori, che la sanno lunga sull’amore, ci possono suggerire indicazioni alternative alla noia in amore. Basta leggerli. Per esempio Čechov. Che scrisse “Sull’amore”. Ove si parla di un amore impossibile, se per “possibile” si intende quel che normalmente va sotto la voce “amore”: incontro, conoscenza, frequentazione, matrimonio e/o convivenza, famiglia e tutti vissero felici e contenti. Invece quel racconto dipana l’amore su un ritmo di pochi incontri e di tanta distanza. Lui incontra lei per caso: era l’aprile del 1889 “E subito sentii in lei un essere vicino, già conosciuto, come se questa persona, questi occhi cortesi, intelligenti, li avessi già visti un tempo da piccolo, in un album che c’era sul comò di mia madre”. Ma a questo miracolo la realtà è indifferente: la vita consueta scorre, il sole sorge e tramonta, gli uomini parlano, mangiano, dormono, si riproducono e così pure i due protagonisti che solo un attimo dopo si sono resi conto di quel che è accaduto, richiudendo in sé la rivelazione, quasi mistica. Passano tre anni prima dell’incontro successivo: lei ha tre figli, è sposata a un uomo anziano che, secondo le parole di lui, è un inciampo ingiusto e ridicolo alla loro felicità: “Ero infelice. Sia a casa, sia in campagna, sia nel capannone pensavo a lei, mi forzavo di capire il mistero di una donna giovane, bella, intelligente, che sposa un uomo non interessante, quasi un vecchio, ha dei figli da lui; di capire il mistero di quest’uomo non interessante, un bonaccione, un sempliciotto, che ragiona con noioso buon senso […] con un’espressione remissiva, spenta, che crede, però, suo diritto essere felice, avere dei figli da lei: e io continuavo a cercare di capire come mai fosse successo di incontrarla proprio a lui, e non a me, e perché fosse necessario che nella nostra vita avvenisse un errore tanto orribile”. Il secondo incontro avviene a una festa: i due continuano nel reciproco ri-conoscimento, dando voce come se niente fosse (ah, la letteratura!) a quel dialogo silenzioso proseguito in quei tre anni consumati nell’attesa di una nuova occasione per vedersi e nel rimpianto per non essersi incontrati prima, quando forse tutto sarebbe stato possibile. Si tratta di tenere a mente ogni attimo condiviso, ogni sfumatura della voce e del viso dell’altro, ogni volta in cui per caso il braccio si sfiora e il cuore, impercettibilmente, trasale.
A questo punto abbandoniamo il racconto e dedichiamoci a un altro libro, “Čechov nella mia vita”, di una giovane e bionda scrittrice, Lidija Avilova, uscito in Russia nel ’47 e pubblicato, seguendo le volontà dell’autrice, dieci anni dopo la sua morte. Qui si narra dell’amore reale e impossibile, durato tutta la vita, tra lei e Anton Čechov. Facile notare la sovrapposizione tra vita e letteratura perché il diario di Lidija ridice quel che lo scrittore aveva descritto nel racconto. E questo amore, che accompagnò silenziosamente i due, nutrito da una incessante corrispondenza andata distrutta, viene rivelato anche dall’amico più caro di Čechov, il poeta Bunin che, morto nel ’53, aveva dettato le sue memorie ora pubblicate da Adelphi. La felicità di un amore impossibile è strana perché contiene in sé il dono e la percezione immediata del suo limite: ci può essere una felicità dolorosa? L’ultimo incontro tra loro avviene nello scompartimento di un treno: Anton, molto ammalato, è passato apposta da Mosca per rivederla e la conversazione criptata avviene in presenza dei figli di lei cui lo scrittore regala caramelle; nei ricordi di Lidija lui poi se ne andrà, scendendo dal treno senza nemmeno salutarla, quasi in collera. Ben diverso invece il finale che Čechovscrive nel suo racconto: melodrammatico, pieno di promesse e lacrime. Lidija, lo sappiamo dalle sue memorie, aveva scelto un amore silenzioso, incompiuto, perfetto nell’immaginario, esente dal dolore procurato agli altri e dalle eventuali disillusioni della “normalità”. Convinta che amarsi non significhi sentirsi felici e appagati ma piuttosto vivi e desideranti, nell’attesa che il miracolo ritorni. Del resto anche Montale scriverà “in attendere è gioia più compita”.
Ma differenti sono le variazioni che la letteratura immagina al tema d’amore: una casistica sorprendente. Basta leggere. E’ una pratica garantita contro la noia. Poi la vita, si sa, è altra (ops) cosa.

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