Oltre le teorie

di Camilla Facchinetti

“Damasco, 11 giugno 2015. Siamo partiti con la macchina di mio padre. E’ lui a guidare. Ha 59 anni ed è un funzionario in pensione. […] Nel mio paese da due anni non c’è acqua nè elettricità e le scuole sono chiuse. Ho visto la figlia di mio cugino saltare in aria per una bomba e se resto qui a settembre dovrò arruolarmi con le truppe di Assad.

Smirne, 13 giugno. Stamattina ho rischiato di morire. Ci siamo messi in mare, eravamo a tre, quattro chilometri da un’isola. Alcuni soldati sono saliti sul gommone, hanno picchiato il ragazzo che c’era al timone e hanno portato via un pezzo di motore. Il gommone ha iniziato a sgonfiarsi; in venti ci siamo tuffati nell’acqua gelida e abbiamo provato a spingerlo verso la Grecia. Piangevo, urlavo, nuotavo. Poi è arrivata la guardia costiera turca e ci ha salvato.

Mitilini, 23 giugno. Non ce la facciamo più, siamo stremati. Non ci fanno entrare nel centro profughi di Moria. Non riesco a respirare, ho la febbre. Non dormo da quattro giorni.

Szeged, 2 luglio. Siamo circa settantacinque persone e abbiamo camminato sette ore di fila al freddo. Il mio gruppo è stato assalito da cinque banditi sbucati dal buio urlandoci di consegnargli tutti i nostri soldi. Per fortuna sono intervenuti due miei amici che li hanno disarmati.

Budapest, 5 luglio. Abbiamo attraversato il confine ancora una volta passando da un sentiero di montagna. Mio padre è devastato, abbiamo camminato di notte per cinque ore per quindici chilometri. Gli agenti ci hanno portato in una stazione, una specie di quartier generale. Qui ci hanno tenuto per ore senza mangiare né bere, dicendoci che avremmo dovuto per forza lasciare le impronte digitali o rischiavamo un mese di galera. Non ho fatto tutti questi chilometri per vivere qui.

Salisburgo, 6 luglio. Mentre eravamo a Budapest, in hotel, siamo stati avvicinati da un paio di signori. Ci hanno fatto una proposta: portarci con le loro macchine, fino in Germania. Però ci hanno chiesto 700 euro a persona. Non avevamo alternative, abbiamo accettato. Qualcuno li chiama parassiti perché sfruttano i profughi. Io non so più cosa pensare, voglio solo arrivare in Svezia.

Monaco, 7 luglio. Mio padre è in ospedale! Gli ungheresi ci hanno lasciato in una piazza a Monaco, e lì mio padre si è sentito male. Si è accasciato a terra, è quasi svenuto. Delle infermiere della Croce Rossa l’hanno portato in ospedale, mi hanno detto che ha problemi al cuore. Deve stare almeno 48 ore a letto. Vado ad Amburgo in treno, lui mi raggiungerà lì appena si sarà ripreso.

Malmö, 11 luglio. Ce l’ho fatta. Stamattina sono arrivato a Malmö con mio padre. Nell’albergo dove accolgono i profughi abbiamo fatto richiesta d’asilo. Mi hanno dato una carta di credito con 100 corone dentro. Questo è il primo giorno della mia nuova vita“.

tratto da “Da Damasco a Malmö, il diario di Haidar. Trenta giorni in fuga”

Arnold Van Gennep non conosceva Haidar né tanto meno il suo viaggio per cercare di costruirsi una nuova vita, ma nel 1909 pubblica il suo primo libro: “Riti di passaggio”.
Tutti i riti di passaggio presentano una struttura simile e passano attraverso tre diverse fasi. Nella prima (preliminare o di separazione), un persona abbandona la posizione e le forme di comportamento precedenti. Nella seconda (di transizione o di margine), il soggetto non è né da una parte né dall’altra; si trova in uno spazio intermedio fra lo stato di partenza e quello di arrivo. E’ la fase chiamata anche “liminare” (dal latino limen, soglia). Infine nella terza fase (Fase di aggregazione) un persona viene “reintrodotta” nella società, è di nuovo in uno stato relativamente stabile e ha diritti e doveri precisi.
Questa è la mera teoria, ma oltre ai “processi standard” esistono le persone.
Haidar lascia la sua patria e prima di riuscire a raggiungere la Svezia deve attraversare mezza Europa che diventa la sua sfida, la sua terra di mezzo.
I riti di passaggio non sono solo quelli territoriali; Oliver è un ragazzo di 19 anni, studia belle arti in Polonia ed è un transgender. Il suo percorso parte nell’ aprile del 2011 e nello stesso periodo ha iniziato a tenere un diario su Tumblr della sua trasformazione (“Loading Oliver”).
A tratti si percepisce un po’ di sconforto ma anche tantissima dedizione a sé e alla sua trasformazione: inizia ad andare in palestra per riuscire ad avere più massa muscolare e fa alcune operazioni per il cambio di sesso. Ora Oliver è felice; qualche mese fa sui social ha postato una foto di lui e del suo ragazzo e i loro sorrisi sono molto più eloquenti di qualsiasi teoria o spiegazione scientifica.
Nelle vite di ognuno di noi è possibile riscontrare tutti i punti presi in considerazioni dalle teorie di Van Gennep, come ad esempio l’adolescenza. La verità però è che il singolo vivrà tutte le proprie trasformazioni in modo diverso rispetto agli altri.
Del resto tutti noi siamo frutto di almeno un rito di passaggio: la nascita. Che conferma in pieno gli stadi teorizzati dal nostro Van Gennep: il taglio del cordone così come tutte le “prime volte”: il primo bagnetto, la prima pappina, il primo “Non avrei mai pensato che cambiare i pannolini potesse essere così disgustoso”.
Nel complesso però, molti riti di passaggio hanno perso importanza nell’ultimo secolo. Quali sono le fasi che possiamo ancora definire fondamentali per la nostra crescita? Che parametri abbiamo per potere affermare di essere progrediti? Forse avremmo bisogno di più “terre di mezzo”, di più tempo per potere capire dove finisce un’età e dove ne inizia un’altra. Non ci sono passaggi obbligati di vera criticità, cresciamo protetti in una campana di vetro e quando ci rendiamo conto che in realtà è solo temporanea veniamo catapultati in un mondo a misura di “adulto” in cui lo spaesato adolescente non riesce ad interagire.
La cosa più difficile è la distribuzione delle colpe: giovani incapaci o adulti esigenti?
Durante il corso della storia i riti di passaggio sono sempre stati necessari per costruire l’identità di un individuo ma oggi? Nemmeno si capisce più quali siano le prove da superare per essere riconosciuti come adulti e quindi raggiungere la terra della stabilità diventerà impresa sempre più complicata.

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