Punto e virgola

di Beatrice Marconi

Terra di mezzo della grammatica, il punto e virgola è forse il più impopolare tra i segni d’interpunzione.
La maestra delle elementari lo presenta come segnale di una pausa di media lunghezza, tra il punto e la virgola appunto, e noi scolaretti assimiliamo questa informazione e la lasciamo ad ammuffire in un angoletto del cervello.
Un cucciolo di punto e virgola, finché si nasconde sotto a un neurone, può essere davvero adorabile, ma sulla carta diventa improvvisamente un disadattato. In qualsiasi punto della frase stia è scomodo e tende a trovare riparo sotto le cancellature scarabocchiate e incerte del testo.
Perché usarlo nel modo corretto è così difficile? Forse perché le vie di mezzo riescono ad essere straordinariamente ambivalenti, ma niente affatto diplomatiche. Il non essere né punto né virgola è una prepotente dichiarazione d’identità (un’identità che, come il concetto hegeliano di sintesi, è nata da due estremi, ma non è fino in fondo nessuno di essi). Lo scrittore medio evita il punto e virgola perché sa della sua esistenza, ma, in fin dei conti, non che cosa sia, che cosa esso voglia esprimere.
È meglio dunque evitare di interagire con questo sconosciuto, che rimane abbandonato nel suo caldo cantuccio sotto al neurone nell’attesa di qualcuno che sia così ipocrita da dedicargli un “articolo” senza utilizzarlo nemmeno una volta.

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