Prospettive – Terra di mezzo

In medio stat virtus*

di Francesco Marinoni

Quarta superiore: apparentemente un anno come tanti altri, ma che per me rappresenta un momento cruciale delle scuole superiori. È l’anno della maggiore età innanzitutto, l’anno dei “diciottesimi”: ci sono moltissime occasioni per incontrare i compagni di classe anche al di fuori dell’orario scolastico, di conoscersi meglio, di far nascere nuove amicizie e di abbandonarne altre. Insomma, le relazioni fra di noi si perfezionano: da ragazzini che eravamo, siamo cresciuti, scoprendoci a vicenda nel bene e nel male. Non ancora maturi, per quello bisogna attendere un altro anno, ma sicuramente più consapevoli di noi stessi, più responsabili.

Anche il confronto con i professori, per la maggior parte conosciuti dalla terza, è maggiormente aperto ora, l’intesa è migliorata e con essa l’approccio alle varie materie. Superato un primo impatto infatti, con il tempo ognuno di noi sviluppa le proprie preferenze, coltiva i propri interessi in modo assolutamente personale e forse proprio in questo periodo, seppur ancora lontano dalla fine delle superiori, iniziano a nascere idee per il futuro, universitario prima e lavorativo poi.

La quarta sta in mezzo, a separare l’inizio del triennio dalla sua fine e per questo motivo per me è un anno particolarmente importante. Per certi versi è piacevole godere di questo momento di transizione, dell’essere a metà fra un ragazzo e un adulto, anche se spesso capita di perdersi nella nostalgia dell’innocenza dell’infanzia o nel brivido dell’incertezza del futuro. Non è l’unica esperienza di confine che la vita riserva, senza dubbio, ma non per questo deve essere trascurata: va anzi vissuta pienamente proprio in quanto tale, con la consapevolezza che si tratta di un passaggio che prima o poi tutti devono affrontare.

Quo usque tandem**

di Francesco Placenza

Terminato l’ orale, usciti i voti sul tabellone: maturo! sono ufficialmente maturo! Al diavolo il vocabolo più moderno che lo chiama “esame di stato”: per me questo resta l’appuntamento con la maturità. E adesso ho davanti un’estate tutta nuova, tutta da godere, tutta da esplorare, un’estate come non ne ho mai assaggiate, libera da impegni scolastici. Chissà come sono le estati senza ossessioni scolastiche! Certo a settembre mi iscriverò all’università ma sarà un altro mondo, senza l’ansia delle interrogazioni, delle verifiche, senza il terrore di non aver studiato per il giorno dopo. Studierò ancora, certo, e più di prima ma solo le cose che mi interessano. Basta con la filosofia, la letteratura, l’arte, tutte cose che non servono, a differenza della matematica e della fisica, cose concrete, dove è evidente che non si perde tempo in fantasticherie e soggettività.

Da domani sono finalmente libero! Libero? Ho le vertigini. Che faccio da qui a settembre? Un po’ di riposo, più che meritato; poi tre settimane a spasso con gli amici in Europa. Ho già messo nello zaino qualche lettura continuamente rinviata: un po’ di Dostoevskij e un po’ di Balzac. Mi sono ripromesso di rileggere Cent’anni di solitudine senza doverlo nascondere sotto il libro di storia.

Sarà un’estate spensierata! So che da ottobre si ricomincia ma finalmente solo tra cose che mi interessano. Tra cui me stesso: comincerà da qui, da me, la mia estate nuova. Finalmente da oggi posso pensare a me cioè approfondire quel che mi interessa, abbandonandomi al piacere delle cose che ho un po’ trascurato. Me l’hanno raccomandato in tanti: “ricordati che l’estate dopo gli esami di maturità è unica in tutta la vita e non ne capita un’altra…!”
Così mi godo lo stare sul confine, “già” maturo, ma “non ancora” sistemato. Più che un traguardo è uno spartiacque quello dove mi trovo.
A partire dalla scelta: fatta ma non ancora verificata. E poi dovrò pensare a quel che verrà nei termini di un cambiamento: non solo il nuovo ambiente accademico ma forse una nuova casa in una grande città, lontano dalla mia famiglia e da tutti coloro che mi hanno accompagnato in questi anni, aperto all’incontro con altre persone, che faranno parte del mio futuro. Che volti avranno? Che storie ascolterò? Se si chiude un mondo infatti se ne apre inevitabilmente un altro, con tutte le conseguenze del caso: è questo il bello e il brutto di trovarsi in corrispondenza di un confine, combattuti fra la necessità di superarlo e la voglia di rimanere attaccati a ciò che si lascia dall’altra parte. So bene che devo tenere lontana la paura, quella che spesso mi ha accompagnato: la perenne sensazione di non essere all’altezza del compito; ma, ribadisco, è (solo) una sensazione.

Omne quod movetur ab alio movetur***

di Lorenzo Caldirola

Finalmente ho dato tutti gli esami, la tesi di laurea è in dirittura d’arrivo ma, per favore, non chiedetemi di più, dopo quasi sette anni di fatiche (sì, lo so, sono più fuori corso della lira) mi trovo ormai con un piede nel mondo del lavoro mentre l’altro si sta staccando lievemente dall’università.

Non ci credereste ma, quando ho scelto la facoltà, nemmeno io avrei creduto di arrivare in fondo. Mi piaceva la filosofia, quella medievale per giunta: la disputa sugli universali, l’argomento ontologico, il rasoio di Occam … mi sono divertito molto. Eppure pare che qualcuno abbia ritenuto importante sapere queste cose per il proprio progetto. Era uno di quegli yuppie che non hanno mai creduto nella crisi e sono riusciti a tirare su dal nulla una piccola azienda: cinque miliardi di fatturato. Alla faccia degli enti che non si dovrebbero moltiplicare. Al colloquio mi hanno detto che cercano persone dalla mente aperta, in grado di prendere decisioni e assumersene le responsabilità. Li chiamano problem solvers, per me sono soltanto dei ‘capri espiatori’. Certo, finché pagano va tutto benissimo.

Il colloquio è andato bene, tra un mese discuterò la mia tesi e tre giorni dopo inizierò finalmente il lavoro, dovrei essere felice.. nooo? Eppure qualcosa non mi convince, dovrò abbandonare tutto quello che ho imparato per spiccare il volo, dovrò passare da un mondo in cui conti per ciò che sai ad uno in cui conta solo ciò che fai. Ok, so bene che la conoscenza di Sant’Anselmo non contribuisce a far girare l’economia ma devo ancora capire perché la filosofia medievale mi ha reso interessante agli occhi del mio yuppie. Non sarà che la comprensione dell’Essere-in-quanto-essere non è cosa così diversa dal convincere l’industriale di turno che venti tonnellate di piombo sono un investimento a lungo termine estremamente vantaggioso?

* la virtù sta nel mezzo

** fino a quando?

*** tutto ciò che è mosso è mosso da qualcosa

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