La lingua della terra di mezzo della musica

di Domnita Priscari

New Orleans. Inizi del 900. Immigrazione e crogiolo culturale. Queste sono le premesse per la nascita di una nuova e straordinaria corrente musicale, figlia di uno dei più fecondi matrimoni culturali, il Jazz.

Sono gli afroamericani, i figli degli schiavi del Nuovo Continente, di quei migranti che muovendosi da una terra all’altra, seppur privi di bagaglio materiale, si sono portati dietro impressioni, immagini e suoni differenti, ad aver dato il la. A nascere non fu soltanto un nuovo genere musicale, ma una nuova mentalità, seppur non intenzionalmente.

Il Jazz, a differenza degli generi musicali che lo hanno preceduto, è nato nell’apertura culturale: è nato come terra di mezzo musicale, una terra di incontri di ritmi, di intrecci dai caratteri diversi, di accozzaglie dai colori dissonanti. La cultura africana, impregnata di musica, si è nei secoli aggiunta al miscuglio antico che caratterizzava il territorio della Louisiana, mettendo radici nel sostrato già contaminato dalle culture spagnole, francesi e cubane. Inoltre, il ritmo africano non ha trovato particolari difficoltà nel mischiarsi ad altre culture, sebbene lontane migliaia di chilometri e di secoli, perché condivide con esse la medesima concezione, cioè la poliritmia, ovvero la sovrapposizione di ritmi differenti eseguiti in contemporanea.

Inaspettatamente, il nuovo genere musicale riuscì a coinvolgere sia neri che bianchi, ispirando molti generi artistici, lasciando carta bianca all’interpretazione personale e accogliendo a braccia aperte le nuove influenze. Nato per mano e bocca dei migranti, il Jazz ha saputo conquistare nei decenni tutti i continenti, diffondendosi a macchia d’olio ad ogni latitudine e longitudine geografica.

L’Italia e l’Europa tutta, proprio come le Americhe del passato, sono chiamate a colloquiare con il crogiolo culturale che si è venuto a creare nel vecchio continente, da quando questo si è visto porre come terra di mezzo in mezzo alle altre terre, come uscio per l’esterno. E’ purtroppo un colloquio caratterizzato da dalla distanza, creata inevitabilmente dal linguaggio verbale, non mediato dalla condivisione ma spezzato dalla differenza. Quale lingua adottare per favorire la comunicazione? Ricorrere all’inglese? Ad un’altra lingua dell’Unione? Io vi proporrei di rivolgervi alla lingua universale della musica, e nello specifico al genere che è la terra di mezzo della musica per eccellenza, quella che rappresenta il pezzo di terraferma metaforica che permette la creazione di un puzzle interculturale proprio perché vive l’incontro con l’ALTRO come occasione di arricchimento mutuale. Il Jazz in tutte le sue sfaccettature riesce e muovere non soltanto animi e cuori, ma anche corpi e menti, accogliendo il singolo invita alla costruzione del comune. A noi non resta che utilizzare questa prospettiva musicale di libertà adattandola a mattoni per la costruzione di un ponte di unione, non per un muro di separazione.

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