“Boyhood”, l’eterno presente

di Daniele Ravizza

Richard Linklater, noto al grande pubblico per la brillante commedia School of Rock (2003, ha fatto una rischiosissima scommessa riunendo una volta all’anno, per 12 anni, lo stesso cast per girare i frammenti di un lungometraggio che sarebbe poi diventato Boyhood (2014) in soli 39 giorni di riprese totali. Quella di Linklater è stata una sfida anche al cinema moderno, che si trova spesso schiacciato dai ritmi frenetici di quella che a volte si dimentica di essere più di una semplice industria.

Il film racconta la vita dai 7 ai 19 anni di un ragazzo introverso, Mason (Ellar Coltrane), che affronta questo delicatissimo periodo della vita in cui l’uomo non realizza sé stesso, ma pone le basi per il proprio futuro.

Il rischio più grande era, ovviamente, la quasi naturale mancanza di uniformità delle riprese, invece l’unico indizio della durata della realizzazione è anche il solo di cui Linklater si voglia servire: la trasformazione fisica degli attori; infatti il regista statunitense riesce a raggiungere un’incredibile unità stilistica soprattutto grazie a un’ottima fotografia e al lavoro in postproduzione.
Egli ci racconta questi 12 anni anche tramite vari riferimenti a fenomeni della cultura popolare che hanno segnato la vita di Mason, così come la nostra. Fondamentale da questo punto di vista è la colonna sonora, non originale, ma scelta in base all’impatto che le canzoni hanno avuto sulla decade trattata, perciò partiamo dai Coldplay, vediamo Samantha (Lorelei Linklater) cantare Britney Spears, sentiamo una hit di High School Musical (2006) e arriviamo a Somebody that i used to know di Gotye. Numerose sono poi le citazioni agli avvenimenti che hanno a pervaso la vita degli adolescenti, e non solo, dal 2002 al 2014, si passa dai videogiochi (Game boy, Tamagotchi, Xbox, Wii) alla politica (Bush, la Guerra d’Iraq, le presidenziali Obama vs McCain), dalla letteratura (Harry Potter) al cinema (oltre alla citazione di alcuni titoli, curiosa è anche l’anticipazione della realizzazione di un sequel di Star Wars). “Il film non voleva un autore” dice Linklater, che infatti non racconta solo la storia di Mason, ma un frammento della vita di noi tutti; togliendo il più possibile la propria mano, raggiunge l’universale.

Da sottolineare sono anche le interpretazioni dei protagonisti che ci fanno dimenticare di essere degli attori: Ellar Coltrane è perfettamente calato nella parte del ragazzino taciturno, Patricia Arquette è commovente nel ruolo della madre in difficoltà che le è valso il premio dell’Academy, ma forse ancora più meritevole sarebbe stato Ethan Hawke, a sua volta nominato all’Oscar, per la credibilissima interpretazione del padre che cerca in ogni modo di recuperare un rapporto di fiducia con i propri figli.

L’adolescenza di Mason ci è mostrata istante per istante, senza che ci sia un prima o un dopo, solo un eterno presente che ammette ricordi e progetti, ma mai passi indietro o salti nel futuro; “L’attimo è come, è come se fosse sempre ora, no?” dice Mason alla fine del film; come nella vita, il tempo di Boyhood è solo quello che viviamo adesso.

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