Note sul negazionismo e sull’Europa

di Andrea Calini

Abbiamo prove quotidiane della rinascita in Europa di movimenti e gruppi partitici di stampo, carattere e sottocultura neofascista. Basta aprire un qualsiasi quotidiano che si vanti di spacciare l’imparzialità delle notizie per poter leggere tra le righe nomi quali Le Pen, Hofer, Alba Dorata. È forse meno evidente ai nostri occhi la crescita lineare di coloro che negano dell’esistenza di Auschwitz e delle camere a gas, che rivendicano il diritto di poter parlare e di poter diffondere la “menzogna di Auschwitz”.

Proprio Auschwitz, metonimia di quel che è accaduto, simbolo ignominioso, insostituibile nome tedesco della ormai irriconoscibile Oświęcim. Il mondo in cui è negata l’esistenza delle camere a gas è un mondo che già consente la politica del crimine, la politica come crimine. Finora l’arginamento di questo fenomeno è stato addebitato e contemporaneamente inglobato dalla ricerca storiografica, che si è assunta il compito doloroso di anatomizzare la menzogna, di confutare metodi e dati, di portarne a luce la “logica”. È però sul “come” della negazione che è caduto l’accento; in questo modo si compie un pericoloso tornante e si insegue il negazionista nei meandri torbidi delle sue perverse argomentazioni, si è paradossalmente costretti a dover provare ciò che è successo. Si assume così un atteggiamento difensivo. Si accetta così inconsapevolmente l’impostura. Perché contraddire il negazionista significa legittimarlo, la controversia presuppone reciprocità e l’accettazione della liceità delle antitesi (presente Platone?). Il rischio che si corre è che il delirio negazionista si appropri dello spazio pubblico della parola e del respiro per poter avanzare le sue tesi.

Credo che la domanda vada sollevata dal come al “perché”. Perché nega, chi nega? La domanda non può essere consegnata in busta chiusa agli storici di professione. È una domanda filosofica che riguarda chiunque si riconosca in “zòon politikòn”.

È solo così che può emergere il nesso fondamentale che lega la negazione all’annientamento, la continuità implicita e strutturale che esiste tra lo sterminio e il rifiuto di meditare e riconoscere che questo è stato. Si badi bene, quello di gente come Nolte o Faurisson (tra i maggiori autori di testi a sfondo negazionista e revisionista del secolo scorso, il secondo addirittura invitato a parlare in università e a scrivere sulle colonne di “Le Monde”) non è un negare che appartiene al mondo della logica come “A, non-B”, che mantiene aperta la possibilità dell’alterità. Per il negazionista l’equazione valida è “non è = non esiste”, il non-essere che nullifica l’essere: negare che emerge dal nulla e affonda nel nulla, armato di certezze, dogmi elevati a chimere. Perciò stesso è lui a rifiutare di entrare nel dialogo che fonda lo spazio pubblico. “E’ appostato lungo il filo spinato per negare quello che è avvenuto, per annientarlo nella memoria, per ucciderne il ricordo” (Jankélévitch).

Il luogo in cui cerca di insinuarsi è quello dove può completare l’annientamento, il fondo in cui è rimasta la cenere: qui si accanisce la sua negazione, dove ogni traccia potrebbe sparire. Per completare il lavoro: l’incinerazione dell’Olocausto non è stata portata a termine, il fuoco cova ancora.

Cenere, di per sé votata a scomparire e consumarsi, che serba il luogo delle non-persone annientate, scomparse lasciando da custodire nient’altro che il loro nome irrevocabile, spesso non più leggibile. La cenere ne segna il ricordo. Per il negazionista l’incinerato non deve essere nulla all’infuori della polvere, resto che non deve più restare, pura tomba di nulla.

A tutto questo si oppone la prescrizione del ricordo, il debito del riconoscimento, l’obbligo morale di richiamare da quel fondo friabile il non-essere, l’impresenza (che è l’essere pur sempre degli annientati), metterne al riparo la traccia che resta. Il campo della cenere è il luogo da preservare contro la negazione, ma non deve essere né simulacro né dogma (guai a chi parla della Shoah come Male Assoluto, attribuendo ad essa inconsapevolmente un statuto meta-storico, trascendente l’evento), “semplicemente” assunto nella fragilità vulnerabile di ciò che è di per sé destinato a dissiparsi, e per sottrarlo soprattutto all’ambiguità dell’interrogatorio.

Le comunità europee si fondano su quell’abisso che non possono cancellare a meno di non precipitare, ma che dobbiamo assumere in un passato che si coniuga al futuro. Non deve essere messo in questione. In periodi in cui la cultura -quella storica soprattutto- è relegata alle aule universitarie, eliminata dal discorso politico e bandita dai palinsesti televisivi, si dimentica che l’Europa si è andata costituendo sulla cenere di quei campi, sul luogo, fragile e friabile, come le pagine dei libri dati ai roghi.

La cenere è la dimora dell’essere dell’Europa, del suo passato al futuro.

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